Coast to coast to coast USA 2013

di , 6 marzo 2014 22:23

 

Salt Lake

Questo viaggio parte da lontano, circa 20 anni fa, quando nel tanto “temuto” servizio di leva conobbi Pietro, amico con il quale condivido due grandi passioni, la musica e le moto. Un connubio che non può non portarti a conoscere gli States, con i quali soffro una relazione di odio e amore, la prima dovuta alle loro politiche imperialistiche e continuo tentativo di industrializzare i popoli, la seconda data dalla musica, dall’Harley Davidson e dai mitici anni 50′.

E’ proprio tra le montagne di Bressanone, nelle grandi camerate della Caserma Schenoni che comincio a sognare questo grande viaggio, poi la naia finisce, si ritorna tutti alle proprie vite, ma con Pietro l’amicizia continua, gli anni passano, lui finisce negli States, io in Brasile, il grande viaggio si sta avvicinando!

Tour del Blues 2012 l’Antipasto.

 

Nell’agosto 2012 ci siamo concessi un “piccolo” assaggio da 3200 Km tra i campi di cotone e paludi del sudest statunitense. In 10 giorni partendo da Atlanta siamo scesi a Panama City Beach, Florida, costeggiato il Golfo del Mexico fino a New Orleans, risalito il delta del Mississippi, passati per Memphis, Nashville e ritorno ad Atlanta, non prima di esserci sbizzarriti tra le curve delle Smokey Mountains. Per l’occasione io mi sono concesso il lusso di affittare una mitica e pesantissima Road King, mentre Pietro ha guidato la sua instancabile XT600E del ’95. Un bellissimo tour tra le terre del Blues descritto molto bene qui (http://www.dalbrasile.com/blog/il-tour-del-blues-u-s-a.html) dall’amico Pietro.

 

Le buone notizie

 

Sarà stato più o meno aprile, con le date ho delle amnesie preoccupanti, quando ricevo una chiamata da Pietro che mi dice che potrebbe esserci la possibilità di fare un coast to coast da lì a qualche mese. GiVi USA ha appena comperato ed accessoriato in maniera impeccabile una bellissima BMW 1200 GS bianca, la moto dovrà essere presente nei più importanti motoraduni rally BMW e qualcuno ce la deve portare, come dire “è un lavoro sporco ma qualcuno lo dovrà pur fare!”. Il rally si svolge a Salem in Oregon, Pietro rapido come una lince, convince gli amici di GiVi USA che si potrebbe sfruttare l’occasione per fare un book fotografico on the road (Pietro è un fotografo e gli riesce anche bene), prima moto assicurata. Per la seconda moto, prova con Triumph ma le cose vanno per le lunghe. Ecco fermatevi un pochino e pensate che mentre Pietro smuove tutti i suoi contatti all’interno del settore motociclistico, io sono in Brasile in uno stato adolescenziale, da una parte un incontrollabile desiderio di partire, dall’altra l’ansia di non aver trovato ancora una moto. “Dai Pietro che la noleggio, manca un mese e mezzo alla partenza non voglio rimanere senza moto!” Avevo una paura terribile di non trovare un noleggio a buon mercato, il nostro viaggio sarebbe durato dai 25 ai 30 gg e pensare di dovermi noleggiare una moto a 130-140 $ al giorno perchè le “economiche” erano già tutte noleggiate mi rendeva un po’ nervoso.

Ma ecco la e-mail che aspettavo, rossa e con un marchio che è una garanzia. Pietro ormai stufo di aspettare risposte che mai arrivavano, aveva deciso di comperarsi una Honda PC 800 del ’96, “se vuoi puoi contribuire con l’acquisto, così avrai un pezzo di moto negli USA” mi dice, detto, fatto. Così adesso abbiamo due moto, delle quali una sponsorizzata e Pietro tira fuori il coniglio dal cilindro, vitto e alloggio pagati per tutti e due, “naaaa non ci credo, ma come? Ma che figata, come hai fatto?” in realtà non ho ancora capito come ci sia riuscito, quando si mette in mente qualcosa questo tizio riesce ad essere veramente persuasivo.

 

Luglio 2013 partenza.

 

Ormai non manca niente, arrivo ad Atlanta, barbecue da Paolo (ormai è d’obbligo), il giorno dopo si parte, prima tappa Knoxville, passando per Charlotte.

Ci alziamo la mattina, il tempo è terribile, piove, indosso l’antipioggia, la “Rossa” è già carica e pronta per la partenza, seguo il “camion” di Pietro fino a Charlotte, dove l’altra compagna di viaggio ci sta aspettando, pulita e mastodontica nell’organizzatissimo magazzino GiVi USA. Carichiamo indumenti, attrezzi e macchine infernali nei bauletti della GS, salutiamo lo Staff GiVi e partiamo direzione Knoxville.

La PC è guidabilissima, oggi ho fatto quasi tutto il tragitto sotto la pioggia, per essere una moto del ’96 va via che è una meraviglia, è una macina kilometri l’abbiamo chiamata la Valorosa, una poltrona a due ruote. Il primo giorno mi sparo un 700 Km e non me ne accorgo neanche, sui 60/70 Km/h l’avantreno sbacchetta un po’ ma niente di preoccupante.

Prima di arrivare a Knoxville ci fermiamo “on the road” per una sosta in mezzo alle Smoky Mountain, la cosa che mi colpisce di più è un giornale con tutti i volti degli arrestati nella contea dell’ultima settimana, il 70% per detenzione e/o spaccio di droghe, anche questo aumenta il PIL.

Knoxville già non me la ricordo più, la nostra prossima tappa è Nashville, c’eravamo fermati l’anno scorso ed era stata una piacevole sorpresa. Oggi partiamo tutti e due in sella, il tempo sembra migliore, in realtà per Pietro non ci sono speranze che non piova e neanche il tempo di dirlo siamo già fermi a mettere le antipioggia. Pietro annusa l’acqua nell’aria, sarà il meteorologo ufficiale della vacanza e delle prossime, l’anno scorso per una volta non l’ho ascoltato, dopo 200 metri ero fradicio da buttare.

Pietro con il GS sotto la pioggia va via spedito, felice per il suo nuovo acquisto, un paio di guanti waterproof che alla fine della giornata non si riveleranno tali. Quello del waterproof in moto a volte è una presa per il culo, comperi un indumento waterproof che alla fine non si rivela tale, l’anno scorso è successo anche con le tute antipioggia, che è tutto un dire. Poi per carità quelli del negozio dove le avevamo comperate, tutti premurosi nel cambiarcele, ma intanto l’acqua l’avevamo presa e quando la giornata non è delle più calde e senti entrarti la gocciolina nella mutanda non è il massimo del comfort. Per non parlare degli stivali ma ve la risparmio. Comunque le tute erano di CycleGear, stivali Sedici e guanti Axo, tutta roba waterproof.

Quest’anno però mi sono organizzato ed in Italia mi sono comperato delle antipioggia della Tucano che fanno il loro sporco lavoro. Ecco, una cosa che già l’anno scorso mi aveva stupito, negli USA, escluse certe zone, i negozi di moto sono scarsi come le moto che vedrete circolare. Ragionamento a parte per l’Harley Davidson che copre l’80 % del mercato, ma in generale la moto negli USA non abbonda, questione per cui non pensiate di andare negli USA a comperare accessori moto non HD.

Ma dov’eravamo rimasti? Ah sì, io che inseguo Pietro e quel mostro di GS sotto una pioggia torrenziale, finalmente arriviamo a Nashville e per la prima volta comincio a realizzare che sto veramente facendo il tour degli USA in moto.

 

Sì, siamo in viaggio.

 

A Nashville ci arriviamo di sabato, giorno perfetto per passare la serata nei locali della sua effervescente Broadway Street, tra musica rock’a’billy, buona birra gelata e bella gente. Pietro mette alla prova Yelp, una di quelle diavolerie informatiche che ti indicano con poco margine d’errore dove e cosa andare a mangiare e per quale prezzo, la diavoleria funziona e ci accompagnerà con i suoi consigli per tutto il viaggio, o almeno lì dove c’è possibilità di scelta.

Il ristorante a Nashville è veramente carino, con musica live e cameriere veramente carine e simpatiche, sarebbe interessante ripassare anche domani ma se cominciamo così un mese non sarebbe sufficiente.

Tra una birra e l’altra “domani guidi il GS” mi fa Pietro “così ti posso riprendere con la GOPRO”, wow penso che figata, ma sotto sotto il GS mi sembra veramente enorme. La mattina non molto presto ci svegliamo, con calma facciamo colazione, carichiamo le moto. La BMW mi sembra un mulo da soma ma basta fare il giro del motel per capire di quanto agili siano questi 300 Kg.

Oggi si fa vedere anche il sole, in direzione St.Louis incontriamo un bel po’ di traffico ed in colonna capisco perchè si vendano così poche moto negli USA. Dovete sapere che, al di fuori della California, in tutti gli States la moto per legge è considerata come un’automobile, per cui non puoi assolutamente passare tra le corsie ma rimanere sulla tua, quando hai qualche kilometro di fila da fare è un contro senso e una grande rottura di palle, specialmente col sole che picchia in testa. Con una piccola deviazione passando per il ponte “dei sospiri”, un ponte totalmente in ferro compresa la base, ci fermiamo a pranzare a Paducah sull’Ohio River, una vecchia cittadina semi deserta ma ben conservata, Pietro scatta alcune foto e si riparte.

Al tramonto arriviamo a St.Louis, foto di rito al Gateway Arch, Pietro è un po’ preoccupato sul dove andare a dormire , St.Louis è una delle città più malavitose e la mattina vorremmo ritrovare le moto dove le avevamo parcheggiate. Ci mettiamo un po’ per trovare un Hotel vicino all’areoporto, la prima giornata passata in sella alla BMW è andata benissimo, si lascia guidare che è un piacere. Quando scarichiamo tutto il carico delle due moto sul carrello di servizio, fa veramente impressione vedere la quantità di cose che ci stiamo portando appresso!

 

La calda pianura.

 

Sarà un caso ma il modello Honda che Pietro ha comperato come già detto in precedenza è la 800 PC dove PC sta per Pacific Coast, ed è lì che porteremo la Valorosa, ma prima ahimè ci sono le pallossisime pianure del Missouri e del Kansas da attraversare. Diciamo che già da Nashville il panorama non è molto interessante, ma un viaggio come questo prevede anche il passaggio in aree diciamo meno interessanti. Più di 1500 km di praterie senza niente all’orizzonte, una pianura padana che non finisce più, zone di tornado, 42° C. e 80% di umidità. Arriviamo a Kansas City, le città degli States mi sembrano fatte un po’ con lo stampino, per carità ognuna con la sua particolarità, ma trovi sempre il centro, downtown, con dei mega grattacieli austeri che scherzando chiamo “massonici”, tutto super ordinato e pulito, la via dei locali e poi più ti sposti in periferia e più i palazzi lasciano spazio alle case che in base al quartiere possono essere veramente malmesse. Siamo stanchi, abbiamo ancora da fare 1000 Km prima di arrivare a Denver, facciamo un giro in centro mangiamo un hamburger con birra in un locale veramente alternativo con delle tipe super tatuate, facciamo un giro per il centro fotografando qua e là, murales e moderne costruzioni , alle 23 siamo già game over.

Oggi non passa più, il caldo è opprimente, partiamo da Kansas City che già ci saranno 35° C., oggi arriveremmo ai 108° F. ovvero 42,22° C. Comincio a fare smodato uso di Red Bull per mantenermi concentrato, a fine giornata ne avrò bevute almeno 4/5, la Silver è la migliore. Questo caldo “uterino” mi mette attorno un sonno che devo cantare ad alta voce, mi trovo a gridare sparando cazzate a vanvera solo per non addormentarmi, per fortuna è ora di fare il pieno. Pietro è a suo agio col caldo, io lo odio.

Ci fermiamo per uno snack ad Abilene, città natale del Presidente Eisenhower, Pietro mi spiega che se stiamo facendo questo viaggio è anche grazie a questo Presidente, ideatore delle US Interstate, il sistema di autostrade che collega tutti gli Stati Uniti. La modesta casetta natale del Presidente si trova nelle vicinanze di un parco nel quale troviamo un po’ di ristoro all’ombra, una signora seduta sopra ad un trattore raccogli foglie, fischietta e ci saluta, “fa caldo oggi ragazzi”, si signora oggi è proprio un caldo fottuto! Ritorniamo alle moto rimaste al sole, per poco non troviamo la Valorosa stesa al suolo, dal caldo il cavalletto era sprofondato nell’asfalto dove appoggiava. La sera arriviamo ad Ellis, un piccolo paese in mezzo al granaio del mondo, che giornata faticosa, ma domani arriveremmo a Denver Colorado, “Pietro, domani ci dobbiamo alzare presto e partire alle prime luci dell’alba” così sarà, le Rocky Montains sono vicine.

 

Verso le Montagne Rocciose

 

Ci svegliamo alle 5 e 30 del mattino e poco dopo siamo già in viaggio, la partenza intelligente è servita, sarà che ci stiamo avvicinando alle montagne rocciose ma oggi ho sofferto molto meno.

Denver è una città molto interessante e viva, giovane e piena di locali. Di solito se la sera arriviamo in un posto interessante, appena trovata una dimora, scarichiamo le moto, doccia ristoratrice, mezz’ora di riposo e tutti e due in sella alla Valorosa alla ricerca di un posto per mangiare qualcosa o solo per bere una birra e fare due chiacchere. Pietro dei due è il più astemio, nel ritorno guida sempre lui, d’altro canto ci sono delle buone birre artigianali da assaggiare, Pietro vivendo negli USA si può anche sacrificare ed assaggiarle in un altro momento.

Oggi 12 luglio ci inoltriamo tra le montagne rocciose per un giretto di un giorno, questa sera ritorneremo a Denver. Finalmente un po’ di curve, il GS si piega che è un piacere, accompagnato dal suo caratteristico borbottio questo bicilindrico ti da subito confidenza, fin troppa, ma i limiti di velocità e la arcinota rigidità dei poliziotti americani mi inducono a non spalancare troppo il gas. Queste zone sono frequentate dai vips e si vede, in mezzo ai boschi si intravedono ville da sogno, le strade e le aiuole sono impeccabili. Facciamo sosta ad Estes Park, una Madonna di Campiglio nordamericana e nel ritorno facciamo un bel po’ di foto della moto da ferma ed in movimento, mi sento un po’ un  tester e penso che potrei farlo per tutta la vita. Curve su curve mi fanno dimenticare velocemente i caldi giorni passati e mi sento bene, oggi non scenderei più.

 

Pieno di indiani

 

E’ giunta l’ora di lasciare anche Denver in direzione Pacifico verso il west, la Interstate 70 da questo punto in poi è uno spettacolo, panorami mozza fiato, boschi e canyon. Facciamo qualche passo montano superando i 3000 metri d’altitudine, si intravede qualche ghiacciao e dopo i giorni caldi del Kansas adoro le temperature inferiori ai 20° C. mentre Pietro le soffre un po’. In una delle nostre soste, Pietro fa conoscenza con dei motociclisti che ci consigliano un percorso “fuori rotta” proprio prima di arrivare a Grand Junction, dove passeremmo la notte. Il percorso sono 15 km di curve e tornanti in mezzo a monoliti di pietra rossa e mesas, i caratteristici altipiani di roccia da dove gli indiani nei film western facevano i segnali di fumo per segnalare l’arrivo degli yankee. Da questo tratto in poi non saranno rare le occasioni dove immagino di vedere indiani sbucare da tutte le parti, chissà perchè, ma quando faccio viaggi così lunghi in terre sconosciute, la mente viaggia con me e si perde in rivisitazioni di come potevano essere le cose qui prima dell’arrivo dell’uomo bianco. Rifacciamo questo pezzettino di strada più di una volta, è tanto piacevole, scattiamo foto e giriamo dei brevi filmati. Arriviamo a destinazione in serata, andiamo a cenare in un ristorante nepalese nel centro città, non male!

Il giorno seguente subito dopo aver lasciato Grand Junction per soli 5$ entriamo nel Colorado National Monument, 50 km tra monoliti, mesas e canyon. Un percorso incantevole, in mezzo a questi canyon che tolgono il fiato sembra di stare in un templio antico, questo posto ha qualcosa di sacro. Ogni 2 minuti ho bisogno di fermarmi per assaporare il panorama ed il silenzio, faccio alcune foto, riparto e dopo due minuti ho di nuovo bisogno di fermarmi a bordo strada, vedo indiani da tutte le parti! Se un giorno ripasserò da qui, a questa meraviglia della natura dedicherò un giorno intero ed il tragitto lo farò in bici o a piedi, nel secondo caso dovrò fermarmi almeno due giorni. Il posto è talmente affascinante che ci dimentichiamo che in giornata dobbiamo arrivare a Salt Lake City, non proprio dietro l’angolo. Ci buttiamo verso nord sulla highway 139 e passiamo il confine con lo stato dell’Utah, una bella strada in mezzo alle montagne ed ai boschi, facciamo qualche sosta, ma sarà stata la fretta di arrivare a Salt Lake City dove c’è un’amico che ci aspetta, che quasi rimaniamo senza carburante. Ci fermiamo in mezzo alla montagna ad una pompa di benzina che avrà almeno 30 anni, il prezzo sarà uno dei più cari di tutto il tour ma sempre meglio che spingere.

Salt Lake City non la vediamo neanche se non dall’autostrada, puntiamo un po’ più a nord, Rick ci sta aspettando. Comincia a piovere ma ci siamo presi per tempo ed abbiamo già le tute antipioggia, il cielo è talmente nero e tira un vento così forte che sembra di entrare in qualche uragano tropicale, ma in realtà si è rilevato un semplice temporale. Rick è molto ospitale e la sera fila via veloce.

 

Sale, deserto e casinò

 

Oggi c’è un sole splendido dalla casa di Rick si può vedere in lontananza il grande lago salato che da il nome a questa città, lo costeggeremmo per un po’ in direzione Reno ma l’attrazione di oggi è Bonneville Salt Flat. Ci fermiamo per vedere il grande lago salato da vicino, è impressionante come al posto della sabbia ci sia il sale, il lago non supera la profondità di 4,5 metri ed è il secondo lago più grande degli USA, un Mar Morto nordamericano. Da questo punto in poi il paesaggio prende un aspetto lunare, la strada scorre diritta a perdita d’occhio attraverso una pianura di sale, un tempo il lago era molto più esteso e noi ci stiamo passando in mezzo, il lago sembra ci sia ancora ma è solo un miraggio. Eccoci a Bonneville Salt Flat, un enorme deserto salato famoso per le mitiche gare di velocità dove sono stati stabiliti i record di velocità su terra con punte che superano i 1000 km/h. E’ impressionante quanto pianeggiante sia questo altipiano di sale, capisci subito il motivo percui questo posto è così esclusivo per questo tipo di gare, kilometri e kilometri di superficie naturalmente piana come la superficie di un biliardo. Ci entriamo con le moto per fare delle foto, il riflesso è talmente forte che faccio fatica a mantenere gli occhi aperti.

Ripartiamo ed arriviamo in Nevada, stato famosissimo per i Casinò e unico stato negli USA dove la prostituzione è legale. Il tragitto diventa noioso, sembra tutto bruciato da quanto questa regione è arrida, qualche pascolo qua e là, in mezzo ad un immenso deserto roccioso, il posto sembra proprio inospitale e l’inverno, lo si capisce dal nome, nevica alla grande. Ci fermiamo per la notte a Winnemucca in un Motel/Casinò che mi ricorda le nostre vecchie sale giochi, soprattutto per lo stantio di sigarette spente.

Da Winnemucca a Reno non è un granchè, mi sembra di essere tornato in Kansas solo che qui la vegetazione e il panorama è molto più secco e roccioso, vado avanti a concentrati di energy drink per non perdere la concentrazione, passo ore intere a pensare al domani.

Lasciato Reno verso Salem, il MOA RALLY BMW ci aspetta, la strada si fa molto più interessante che nei due giorni passati, esclusa Bonneville naturalmente. Oggi abbiamo lasciato da parte le Interstate per guidare su strade meno trafficate, scelta azzeccata vista la differenza di paesaggi scoperti. Tocchiamo tre stati, il Nevada da dove siamo partiti, la California e l’Oregon dove ci fermeremmo per i prossimi cinque giorni. Passiamo per paesi semi abbandonati che mi mettono addosso una certa malinconia, per pranzo ci fermiamo in un ristorantino sulla strada che sembra si sia fermato a 30 anni fa. Per la prima volta le narici si intasano di un odore nauseabondo come non ho mai sentito, Pietro mi spiega che sono le puzzole morte ai lati della strada, beh cose da trattenere il fiato almeno per 500 metri. Arriviamo e ci fermiamo a Klamath Falls, una cittadina sulle rive di un lago. In città molte attività sulla via principale sono state abbandonate ma c’è rimasto ancora qualche ristorante che non sia un fast food, optiamo per un thailandese e non possiamo di certo lamentarci.

Una veloce autostrada in mezzo ai boschi è quella che ci porta a Salem, Pietro è in ansia, quelli di GiVi hanno fatto male i conti e già oggi, mercoledì, dovrebbe essere al MOA ad aiutare Gary.

 

MOA Rally BMW, Salem OR.

 

Arriviamo nel pomeriggio e Gary, un bestione di uomo, ha già quasi fatto tutto da solo, le prime BMW cominciano ad arrivare per i tre giorni di raduno che durerà fino a sabato compreso.

A Salem passiamo 4 giorni, nei quali mi innamoro delle grandi enduro da viaggio, in particolare della R100 GS e dove mi si ficca in testa l’idea “malsana” di girare il mondo o buona parte d’esso in moto. Sono presenti tutti i modelli di BMW di tutti gli anni, la regina è senza dubbio la GS. Qui è pieno di gente che ha girato il mondo almeno una volta con moto tutto terreno super accessoriate, c’è lo stand della Tuoratech con un catalogo da far girar la testa e talmente pesante che ho dovuto abbandonarlo in hotel, comunque su internet c’è tutto. Davanti allo stand GiVi parcheggia un vecchio R80 GS Paris Dakar con una coppia di 60/70 enni targato Australia tappezzato di bandierine degli stati visitati, “un esempio da seguire” penso. Compero alcuni accessori per il mio Transalp parcheggiato in Brasile, sognando già qualche bel giro per l’America Latina. Sarà che la BMW è una moto non molto economica ma di giovani tra i 20 ed i 30 anni se ne vedono veramente pochi, sembra un settore dedicato ai pensionati e Pietro me lo conferma, “i motociclisti qui sono quasi tutti pensionati” e mi fa notare il numero di trike (moto a tre ruote) in circolazione, sono veramente molti. Di sicuro le leggi stradali non aiutano, il fatto di doverti fare le file come le automobili è un assurdità.

 

Verso la Pacific Coast

 

E’ domenica quando ripartiamo da Salem in direzione Oceano Pacifico, una cinquantina di km e arriviamo sulla favolosa costa del Oregon, il paesaggio è da favola e la temperatura 11° C. da autunno alpino. Foreste di aghifoglie giungono al limite con l’oceano, sospese sopra bellissimi fiordi ricoperti di licheni, a pochi metri dalla costa giganteschi faraglioni a guardia del mare. La strada davanti scorre a zig zag tra il bosco e l’oceano, sopra a scogliere che ogni tanto lasciano lo spazio a freddissime spiagge. Passiamo per una baia dove tra le altre cose offrono dei passaggi in barca per andare a vedere le balene, “cosa facciamo Pietro ci fermiamo a fare il tour?” “non so decidi tu, chissà quanto tempo ci prende” “ E’ vero probabilmente ci va via tutta la mattinata”. Ah mi ero dimenticato, adesso abbiamo due efficenti interfoni F5 della Cellular Line comperati al MOA, con i quali possiamo comunicare durante il tragitto, ascoltare musica e Pietro ci telefona pure. Neanche il tempo di pentirsi per la non sosta che una segnaletica ci indica un punto d’avvistamento balene, qui ci si ferma e abbiamo la fortuna di vedere una balena proprio sotto questo incantevole promontorio. La balena era seguita e disturbata dalle barche che non abbiamo preso, una splendida giornata coronata dal più buon pasto delle vacanze a Bandon, nostro approdo serale. Abbiamo preso un caldo Cioppino al Crowsnest Lounge & Wheelhouse Restaurante, una zuppa di pesce con una buona bottiglia di vino dell’Oregon, tra l’altro le ragazze del ristorante erano veramente carine, che non guasta mai! La notte la passiamo in un accogliente Sea Star Lodge con tanto di super vetrata con vista sul porticciolo, accendiamo il riscaldamento, la brezza del pacifico a queste latitudini non è delle più calde.

Oggi altro pezzo di costa fino a raggiungere la California e poi purtroppo dobbiamo salutare l’oceano per dirigerci verso est. Purtroppo oggi l’effetto del Ocean spray è intenso, una fastidiosa nebbiolina che oltre ad entrarti nelle ossa, ci pregiudica gran parte dell’incredibile panorama che questa costa offre. Ma il viaggio è comunque molto piacevole, fresco ma piacevole e lo commemoriamo con un vassoio pieno di freschissime e gigantesche ostriche on the road.

 

Giù verso la Route 66

 

Dopo un centinaio di km passato il confine con la California giriamo verso est, la nostra prossima tappa sarà Redding. Appena lasciato l’oceano la temperatura sale di slancio, passeremmo dai 13°C. della costa ai 40°C. dell’interno della California.

In una curvilinea strada che ci porta verso la nostra meta odierna, costeggiando uno dei tanti fiumi che occupano queste zone, decidiamo di fermarci sulla riva per ristorarci. Imbocchiamo una stradina di sabbia e pietruzze, dopo pochi metri una tenda con una motocicletta parcheggiata, subito dopo il suo proprietario si sta dirigendo anche lui verso il fiume per lavare quello che all’inizio pensiamo siano delle pentole usate per il pranzo. Il fiumiciattolo è veramente carino e fresco, tanto che tolti gli stivali ci immergiamo i piedi ed è lì che ci accorgiamo che il fondo del fiume è popolato di strani luccichi, che non sono altro che minuscole pagliuzze d’oro e le pentole del tipo non sono quelle usate per cucinare il pranzo, ma sono i tipici contenitori usati dai cercatori d’oro.

Arriviamo a Redding dove ci fermiamo per la notte dopo una entusiasmante giornata di guida.

Partiamo presto la mattina, oggi se tutto va secondo i piani arriveremmo a Barstow dove incroceremmo la mitica Route 66. Tagliamo la California da nord verso sud sulla I-5 fino a Bakersfield dove gireremmo verso est. La California in questa parte è veramente noiosa e calda, l’interstate corre larga tra frutteti e lande di terra bruciata dal sole, ogni tanto ettari di frutteti rinsecchiti. L’agricoltura qui è totalmente dipendente dall’irrigazione artificiale e ogni tanto qualcuno ne rimane tagliato fuori e addio frutteti, gli striscioni contro il governo che promette e non mantiene non mancano. L’ultimo tratto dopo Bakersfield andando verso est si fa più interessante, sul nostro tragitto incontriamo montagne mangiate dal sole, sfioriamo la parte meridionale della famigerata Death Valley che solo il nome è un programma e ci immergiamo nel Mojave Desert con i famosi Joshua trees, con i quali scatteremmo alcune foto. E’ notte quando arriviamo a Barstow, sull’asfalto il marchio della mitica Route 66, sono sfinito, oggi ci siamo avvicinati ai 1000 km percorsi, il tempo di trovare un motel, una doccia, un burrito, due corone e buona notte.

Mi sveglio in una cittadina dispersa in mezzo al deserto, Barstow è un crocevia tra la I-40 che collega l’est con l’ovest e la I-15 che taglia in verticale il west partendo da Los Angeles, passando da Las Vegas e arriva al confine col Canada prima di Calgary. Ma da qui, come accennato in precedenza passa anche la mitica “Mother of the road” Route 66, partiva da Los Angeles California fino ad arrivare a Chicago Illinois per un tot di 3755 Km. Fu innaugurata nel 1926 e usci di scena nel 1985 ormai sostituita dal nuovo sistema autostradale delle interstate, ma a tratti è ancora percorribile anche se la sua manutenzione rispetto alle altre strade lascia un po’ a desiderare, diciamo che dopo alcuni kilometri è meglio fermarsi a verificare il tiraggio dei bulloni, quasi perdiamo il filtro dell’olio della Valorosa, comunque una strada piena di fascino sulla quale hanno scritto libri e canzoni. Foto di rito e via verso est, verso i 45° C. . Sì, avete capito bene 45° C. , come guidare con un phone sparato in faccia, un caldo così non ricordo di averlo mai incontrato, terribile, non esagero se dico che ti toglie la voglia di esistere. Almeno a me l’effetto che fa è questo, non a Pietro, al quale prima di fermarci per rifocillarci, viene la brillante idea di fermarsi a fare delle foto ricordo sotto l’insegna di Needles, l’avrei ucciso! Oggi avrei ucciso anche il suo amico che ci ha consigliato di visitare Lake Havasu, incrementando la mia tortura sotto il caldo cocente di almeno 60 km, questo caldo non mi fa bene, per fortuna arriviamo in Arizona ed a Kingman troviamo le montagne e il desiderato fresco, penso a quando questi paesaggi li facevano a cavallo o peggio a piedi, mi vengono i brividi solo al pensiero. Ci fermiamo a Flagstaff, cittadina di montagna, carina con delle buone birre artigianali e locali con musica dal vivo, ma siamo stanchi, il caldo ci ha divorato.

 

L’infinito Texas

 

Altra giornata a lunga percorrenza, abbiamo deciso che passeremmo un paio di giorni a Austin Texas e dobbiamo recuperare, ma non possiamo non passare per Sedona ed i suoi famosi canyon di pietra rossa, il paesaggio è veramente suggestivo e pieno di curve, posto da indiani e segnali di fumo, passiamo per Jerome ed il profumo di hamburger che annusiamo passando vicino ad una locanda ci invita ad entrare.

Lasciata Jerome riprendiamo la strada verso quello che oggi sarà la nostra nuova meta Albuquerque.

“Tra qualche kilometro incontreremmo un temporale meglio prepararsi” dice Pietro, nel frattempo ci supera un harleysta in maniche corte, occhiali da sole e bandana al posto del casco, lo troveremmo dopo qualche kilometro fermo a bordo strada con l’acqua che probabilmente gli esce dai camperos. Lampi, tuoni ed acqua a secchiate in mezzo ad un bosco di conifere, meglio non fermarsi, il cielo è nero carico di energia e non si sa mai. Sulla 87 ci fermiamo per togliere le tute antipioggia, siamo di nuovo in pianura in mezzo ai campi ed intorno c’è un silenzio surreale. Passiamo per Winslow e da qui in poi il viaggio verso Albuquerque sarà raro di emozioni se non per le bellissime mesa in New Mexico che ci accompagneranno per decine di kilometri, sembrano delle gigantesche portaerei ormeggiate una affianco all’altra, e per un altro temporale che ci illuminerà gli ultimi 50 kilometri prima di trovare un motel e riposare le nostre stanche ossa dopo altri 700 kilometri di strada.

Ad Albuquerque vicino al centro città c’è quello che sembra la riproduzione di una parte della città vecchia, delle casette in classico stile messicano, mancano solo le persone col sombrero, ci fermiamo a fare colazione, il posto è veramente grazioso ma sembra di stare in un Disneyworld, è palesamente tutto finto. Via via Austin ci aspetta, ma prima non possiamo non passare per il Cadillac Ranch ad Amarillo Texas. Il Cadillac Ranch è famoso per le sue 10 Cadillac piantate nel terreno dove ogni giorno, equipaggiati di colorate bombolette spray, i passanti lasciano i loro graffiti. Il posto è abbastanza deludente, un terreno adiacente l’autostrada con solo le Cadillac che sbucano dalla terra in mezzo a pozzanghere d’acqua, nient’altro, neanche un venditore di souvenir ai quali mi ero abituato. Dopo Amarillo ci dirigiamo in direzione sud, prossima meta da definirsi in base alla stanchezza. La stanchezza si fa sentire, dovuta anche alla tensione di essere di nuovo a secco nel bel mezzo del niente, diciamo pure che la spia della riserva della Valorosa non è una delle sue più prestanti qualità, troviamo un distributore scassato e caro anche in questa occasione.

In Texas si sente l’odore del petrolio, nel vero senso della parola, ogni tanto si passa vicino a dei piccoli pozzi con la caratteristica pompa a stantuffo che rilasciano nell’aria questo odore pungente.

Ci fermiamo a Snyder dove sulla strada ammiriamo e fotografiamo una bellissima vecchia pompa di benzina, tutta ristrutturata con tanto di furgone vintage annesso, messa lì come monumento ai ricchi giorni passati, passati perchè qui la maggior parte degli stabili sembrano abbandonati e molti non lo sembrano solo. Il petrolio dev’essere finito o hanno deciso che quello Arabo costa meno e tengono il loro di riserva.

Troviamo un bar dove mangiare un hamburgher e bere una buona birra gelata, appena entrati la sensazione è quella classica dello straniero che entra in un bar di paese con tutto il bar che ti scruta e si chiede: “..e questi da dove cazzo sbucano?” comunque mangiamo senza risse e poi troviamo un motel per riposarci.

La mattina appena svegli dobbiamo trovare un rivenditore di ricambi, il filtro olio della Valorosa si è allentato grazie alla Route 66 e ci serve una chiave per fissarlo. A pochi passi dal motel troviamo un rivenditore di ricambi, ci accoglie un gentilissimo vecchietto super appassionato di Harley, il magazzino è super rifornito, penso che ci si potrebbero trovare pezzi originali, ancora inscatolati, di modelli Harley degli anni ’50. Approfittiamo per fare una aggiunta d’olio e via verso Austin. Arriviamo ad Austin il pomeriggio in pieno centro sulla 6th Street, famosa per i suoi locali notturni con musica live, davanti ad un attrattivo pub delle belle ragazze in abiti succinti, ci invitano a bordo strada per lavarci le nostre sudice motociclette, ma come nell’Odissea non ci facciamo attrarre dal canto delle sirene e tiriamo avanti dritti. Ad Austin passiamo due giorni e li merita tutti, una delle città statunitensi più liberali nel bel mezzo del Texas, stato repubblicano per eccellenza, non vi suona strano? Il sabato notte lo passiamo su Rainey Street, un originalissimo piccolo quartiere con delle tipiche e carine casette adibite a Pub, dove si può ascoltare della buona musica dal vivo e passare la notte in un disco pub, per la prima volta nell’arco del viaggio abbiamo fatto chiusura. In Rainey Street c’è anche una simpaticissima piazzetta occupata da dei caravan attrezzati per farti da mangiare, la scelta è varia e il luogo molto ospitale. La mattina della domenica ci alziamo tardi, Pietro mi porta a mangiare un’ enorme bistecca ed il pomeriggio ci dirigiamo ad onorare la statua del mitico chitarrista blues Steve Ray Vaughan, posta in un amplio parco sulla riva del fiume Colorado. Non siamo gli unici ed il parco è pieno di gente che fa footing e porta a passeggio i cani senza guinzaglio e museruola, compresi i cani che in Italia sono considerati pericolosi, la cosa mi lascia piacevolmente stupito. Mentre ci stiamo beatamente rilassando davanti alla statua del mitico Steve, sentiamo della musica provenire da una collina alle nostre spalle che non è altro che la MusicHall di Austin, andiamo a vedere e ci troviamo davanti un bel gruppo eterogeneo di persone che fanno il pic-nic domenicale allietati da un concerto swing di una eccellente big band che credo essere parte dell’orchestra della MusicHall. Ci sdraiamo anche noi ha godere del momento, molti sono super organizzati con tanto di tovaglietta a scacchi, sdraio e cestino con tanto di vino ed affettati, in un posto così ci potrei vivere! La sera concludiamo la nostra visita ad Austin alla meglio con una visita al conosciutissimo Banger’s Sausage House & Beer Garden e le sue 101 birre artigianali alla spina e poi al mitico Continental Club per del sanissimo jazz, wow!!

 

Verso casa

 

Il viaggio si sta concludendo, ci stiamo avvicinando inesorabilmente al Golfo del Mexico, oggi ci fermeremmo in Louisiana a Lafayette. Oggi è proprio lunedì, sarà stato il bellissimo fine settimana passato ad Austin o il fatto che ci stiamo avvicinando ad Atlanta ma oggi non passa, ci siamo oramai lasciati alle spalle le montagne già da qualche giorno e non vedo l’ora di raggiungere il mare. Arriviamo a Lafayette e Pietro con il suo fidatissimo Yelp trova un ristorante dove mangiamo un buonissimo Gumbo, piatto tipico della Louisiana, ci mette di buon umore e ci da una bella ricarica all’animo, pronti ahimè per gli ultimi due giorni.

Partiamo da Lafayette in direzione Pass Christian sul golfo del Mexico, dove abbiamo deciso di fermarci per mangiare qualche bel vassoio di deliziose ostriche allo Shaggy’s, già meta del nostro viaggio nell’anno passato. Beh che dire, se passate da queste parti la tappa è veramente obbligatoria, le ostriche sono squisite e il locale si affaccia su un piccolo porticciolo di pescatori, così da deliziare oltre al palato anche la vista. Al tramonto arriviamo a Pensacola in Florida, in tempo per fare qualche bella foto al tramonto e trovare un motel dove passare la nostra ultima notte di questo magnifico viaggio. Per questo, come di tradizione ci comperiamo un paio di sigari e dopo cena andiamo in spiaggia a fumarceli ma non abbiamo ancora trovato un motel a prezzi decenti, Pensacola in questi giorni è piena. Che sensazione strana, sono quasi tre mesi che sono ritornato a casa eppure, nel ripensare a quel momento, mi sembra di rivivere ancora quello stato d’animo, delle avventure belle che stanno per finire ma che finiscono per lasciare spazio ad altre.

Spegniamo il sigaro e ci avviamo con le nostre compagne d’avventura all’ennesimo motel, abbiamo sulle spalle 12.000 Km e 15 stati, la stanchezza e la voglia di tornare a casa si fa sentire, domani torneremmo ad Atlanta da dove siamo partiti 27 giorni fa.

 

S.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 commenti per “Coast to coast to coast USA 2013”

  1. Anna scrive:

    Bello Sandro!!! :) :)

  2. Sandro scrive:

    Muito obrigado! :)

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