Due al Dikteon

Un racconto dell’amico Stefano Adami

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I mulini a vento di Pinakiano non servono più a nessuno, hanno perso
le triangolari vele bianche, sono rimasti solo i grandi bracci di
legno e i fusti di pietra, tesi verso il cielo. All’entrata di un
villaggio senza nome, ci fermiamo e chiediamo ad una vecchina vestita
di nero, che sta prendendo la cavezza di un asino. Ci indica
semplicemente, sotto i baffi, con un dito. ‘Psychrò’, dice. Il nome ha
un vago senso di sventura. ‘La Grecia, la povera Grecia’, faccio io.
‘La povera Grecia… ha inventato l’Europa, ha inventato l’occidente,
e guarda l’Europa come la riduce…’. ‘Beh…’, dice lei. ‘Beh che?’,
chiedo. ‘Le invenzioni funzionano sempre male’, mi spiega. ‘Poi ti
tradiscono’. Prendiamo una buca. ‘Pensa a Frankenstein…’. ‘Ma lì non
era l’invenzione, era l’inventore, semmai…’. ‘Appunto’. ‘Vabbè…’,
commenta. Cambia marcia. In Italia, invece, c’abbiamo i Trenta
Tiranni…. Siamo sull’altipiano, verdissimo, dopo aver attraversato
una strada rocciosa e desertica in grande pendenza. Qui alcuni mulini
funzionano ancora, guarda un po’. Sarà mica per i turisti? Ripenso al
barista della sera prima, che allungandomi il cuba libre mi parlava
della decadenza greca. Era albanese. ‘La nostra povera Grecia..’,
riprendo. ‘Ahò’, dice lei. ‘Ma questa non è la Grecia… è Creta’. ‘Ah
no?’. Arrivati a Psychrò, pernottiamo. Fa un gran freddo.
La mattina all’alba di nuovo sulla scatoletta di tonno, per arrivare
all’ora giusta al punto X. Parcheggiamo, paghiamo il biglietto,
cominciamo a salire a piedi. Un sentiero largo, poi stretto, poi si
riallarga, poi si restringe. Ammazza, che freddo. Eccoci finalmente
all’imboccatura. E si comincia a scendere per i gradini scavati nella
roccia, guizzanti, sguillanti, zuppi e scivolosi. L’aria è gelida.
Qualcuno fuori schiamazza, le solite comitive, invece bisognerebbe
scendere giù sotto in raccolto silenzio. Ma chi sono, questi
schiamazzatori, spagnoli, tedeschi? No, marciano troppo disordinati
per essere tedeschi. ‘Certo’, riprendo. ‘Eh’, fa lei. ‘Ma tu pensa che
il dio, da neonato, se ne stava quaggiù’, le dico. ‘E infatti sembra
proprio un ventre materno’. ‘Ma era già nato!’. ‘Ma che vuol dire…
era un dio!’. ‘Ah, sì, e perchè era un dio doveva stare in grembo più
a lungo degli altri, eh?’. Arriviamo giù in fondo dopo un paio di
scivoloni, per fortuna evitati da un congruo appolpamento sulle rocce
a lato dei gradini. Sgnak! ‘Guarda, c’era anche l’acqua…’. ‘Per il
bagnetto…’. Insomma, il dio se ne stava qua sotto, in mezzo a questi
spunzoni, a ‘ste rocce bagnate…. Restiamo per un bel po’ giù in
fondo, a contemplare i vari attorcigliamenti rocciosi. Risaliamo. Da
sotto, le metto delicatamente la mano sulla spalla, per sostenere la
risalita, e lei si abbandona. L’amore a volte può trasformare i
luoghi, e viceversa, i luoghi possono trasformare l’amore. Specie un
luogo come questo, dove sognavo da tempo di tornare, dove una grande
altezza diventa una grande pianura, che poi diventa un grande
strisciare nelle profondità umide della terra. Però il potere
dell’amore, di trasformare tutto, c’è solo all’inizio. Dopo
s’annacqua. Bisognerebbe innamorarsi, diciamo, ogni due anni. Ma
allora diventerebbe un lavoro. Usurante. Sono, siamo quasi risaliti.
‘Vieni a riempire le nostre brocche, a riempire i nostri fertili
desideri…. Vieni con un nuovo uomo, nuove leggi…’. Così dice
l’inno allo Zeus del Dikteon.

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