“I morti non si stancano” di Stefano Adami

di , 24 novembre 2012 13:51

In realtà – proclamava il ragazzo agitando nell’aria il suo gin tonic
con gran tintinnio dei cubetti di ghiaccio – quello che gli uomini
vogliono dalle donne è finire a letto e poi andarsene via, senza tanti
discorsi…


Già, già – annuiva compiaciuto l’altro sorridendo, come se stesse
ascoltando Socrate mentre passeggiava nell’agorà.
E bravo ragazzo! – pensò fra se il Capitano Bellezza distogliendo lo
sguardo dai due filosofi, probabilmente universitari del luogo – dici
bene! Io ci ho messo una vita a capirlo…
Ma chi voleva prendere in giro? Lo sapeva benissimo, quello che
cercava. Una donna con cui era finalmente possibile vivere, senza
farsi del male, con calore, con tenerezza…Il Capitano ricompose il
giornale che aveva tra le mani. Questo paese, pensò. Avrebbe tutte le
carte in regola per essere…per essere…riflettè sull’espressione
migliore…per essere un paese completamente diverso….un paese di cui
essere orgogliosi…E invece, eccolo, è quello che è.
Chiuse gli occhi per un po’, massaggiandoseli con le dita. Trovò due
cispe ai lati, dure e spigolose. Sbadigliò, stringendosi la bocca con
la mano. Aveva passato una vita di ricerca erotica ed affettiva per
capire che quello che la maggioranza voleva, in realtà, era legami che
non legano…esattamente quello di cui parlavano quei giovinastri da
bar… Una compagna con cui vivere, in una tregua continua, però. Vallo
a far capire alle donne. Loro sono abilissime, a manovrare sensi di
colpa con la perizia tecnica d’un cardiochirurgo. Forse hanno ragione
loro. Chissà. Dalla radio lo graffiava una canzone, una voce ruvida

Marta io ti ricordo così
il tuo sorriso e i tuoi capelli fermi come il lago
Lugano addio cantavi
mentre la mano mi tenevi
“Canta con me”
Tu mi dicevi ed io cantavo
di un posto che
non avevo visto mai

I due filosofi ordinarono altri beveraggi e si misero a guardare dal
vetro, di certo chiedendosi quando giungerà la prossima a cui
relazionarsi nel modo che dicevano, o ricordando l’ultima con cui
avevano celebrato.
E, scusa – disse quello dei due che ascoltava l’aforista – le donne,
cosa vogliono dagli uomini? Questo te lo sei mai domandato?
Il Nietzsche del bar, interrompendo la scorsa ai giornali, fece per
aprire la bocca e pronunciare altre espressioni lapidarie, proprio nel
momento in cui il Capitano, annoiato e infastidito, ‘nervoso,
esaurito, disgustato’, come ripeteva continuamente fra se, prese a
fissare le paste, poi il cameriere, con un sorriso tirato, poi di
nuovo le paste, di nuovo il cameriere. Mangiare qualcosa? La voce girò
ancora intorno a lui

Ed io pensavo a casa
mio padre fermo sulla spiaggia
le reti al sole i pescherecci in alto mare
conchiglie e stelle
le bestemmie e il suo dolore

Già, mio padre… mio padre fermo sulla spiaggia….il mare….Che città del
cavolo!, mormorò dopo una lunga pausa Bellezza sorbendo il caffè in
quel bar della piazza.
Perché dice così, Capitano?
Perché il caffè fa schifo, piove, fa freddo, anzi, è gelido, non ne
posso più di questo vento, la gente ti guarda come se ti volesse
tagliare la gola, sono mortalmente stanco, e questa piazza è più
grigia di un pomeriggio d’inverno…la provincia di una provincia, che
crede di essere il centro del mondo…speriamo di trovare almeno un buon
ristorante…
Mah, Capitano, questa E’ una mattina d’inverno….e poi lei dice così
perché ha passato l’ultimo anno a Cuba, e certo, da Cuba a qui è un
bel salto…
Già….Cuba…Cuba…il Consolato, all’Avana…quel sole caldo…
Lasci perdere, Berti, lasci perdere…concentriamoci piuttosto su ‘sta cosa…
Bellezza guardò il maresciallo Berti con affetto, si conoscevano da
anni, ormai. Si sentiva a pezzi. Gli pesavano le spalle, come se
avesse dovuto portarci sopra l’intera città, l’intera regione,
l’intero paese. Ogni tanto sentiva delle fitte alla cassa toracica.
Cos’era? Un infarto in corso? I soliti dolori intercostali? Umidità?
Incazzatura? Stanchezza del genere umano? Forse tutto questo era
perché non aveva dormito per niente quella notte. Forse perché la
notte l’aveva passata a leggere libri che non gli dicevano niente e
che avrebbe dovuto buttare, o, meglio, non comprare mai. Forse perché
il suo arrivo era stato salutato da un vento gelido, tagliente, russo,
anzi sovietico, che spazzava la città senza tregua da almeno un paio
d’ore. E che, Bellezza pensò guardando il cielo, avrebbe ruzzolato per
tutta la giornata, e forse anche l’indomani. Ma io non sarò più qui
domani, si disse.
Forse perché quello che aveva visto poco prima l’aveva buttato ancora
più giù, così giù che avrebbe avuto bisogno di un argano a reattore
nucleare per risollevarsi. Forse perché Berti aveva ragione, avrebbe
dovuto davvero ritornare a Cuba. Forse perché il mondo era quello che
era, il futuro era quello che era, e anche la sua strada era quello
che era. Ordinò un porto abbondante e si spostò ad un tavolo accanto
alla vetrata.
Un porto, a quest’ora?
Perché, il porto va ad orari?
Non era ancora in servizio. Bellezza osservò la piazza a conca, a
vulva. Lasciò scivolare ancora uno sguardo sui due che discutevano sui
desideri degli uomini e delle donne. Guarda, guarda, disse a Berti,
tornando a osservare la piazza, i grandi dirigenti della gran banca
vanno a toccare il popolo…a guarirlo dalla scrofola…
I due restarono immoti a guardare lo spettacolo. Poi Bellezza riprese.
Ha notato qualcosa di strano?
No, Capitano, per ora non mi sembra. Mi sembra un normalissimo omicidio.
Un normalissimo omicidio, già…Per ora…per ora….Pensiamoci bene.
E riandarono entrambe alla scena che avevano lasciato da poco.

Cos’avevano visto? L’aula magna, chiamiamola così, loro la chiamavano
così, dove la lezione era finita da circa un’ora. C’era ancora odore
di gente nell’aria, ancora odore di traspirazione umana, odore di
fiati, odore di gioventù, odore di sessi, odore di pennarello
indelebile. Profumi di moda da mettere sulla pelle e deodoranti sotto
le ascelle. Quanti studenti avevano seguito la lezione? Cento, diciamo
un centinaio. La cattedra bianca. E dietro la cattedra il corpo
disarticolato del direttore del centro studi, come un pupazzo gettato
a terra, le gambe e le braccia a X, il braccio sinistro in alto, il
destro in basso, la giacca marrone strapazzata, la fronte già calva
segnata da un colpo violento e profondo. Un morto brutto, davvero
brutto, aveva pensato Bellezza, che di morti brutti ne aveva visti
parecchi. Il volto del morto era teso in un ghigno deformato,
mostruoso, beffardo. Scarpe all’ultimo grido, di quelle a punta, che
fanno parecchio rumore quando cammini. Altezza media, diciamo 1,75, ad
occhio e croce.
Ad occhio e croce, sì, fece eco Berti.
Corporatura media. Capelli sale e pepe leggermente lunghi sulla nuca.
Stempiato. Per non dire mezzo calvo. Pizzetto. Nome?
Berti controllò sul taccuino. Metta via quella schifezza, intimò il
Capitano. Lavorare a memoria. Quante volte l’ho detto?
Professor Arnese.
Scherza? O ha capito male?
Perché?
Perché non sembra un nome, ma uno scherzo…
No no, controllò Berti, è proprio il nome vero…
Bellezza aveva osservato a lungo il cadavere. Insieme al medico
legale. Si era piegato in modo da osservare il corpo da varie
angolazioni. Da quanto tempo era morto?
Si sbrighi, per favore, gli aveva detto, implorandolo, il
collaboratore. Non sopportava di stare a fianco di quelli della
medicina legale.
Calma, calma, aveva risposto Bellezza. I morti non si stancano.

Insomma, disse Bellezza. Secondo lei come è stato ucciso?
Berti considerò lentamente la piazza. Morte violenta, a caldo.
Aggredito con un corpo contundente, la ferita mortale alla testa.
Direi così, sì, annuì il Capitano. E finì il suo porto.

Ora, disse Bellezza, secondo lei, questo…questo professor Arnese…che uomo era?
Come faccio a saperlo, Capitano? Io mica lo conoscevo…
Già, ma ha visto il volto, come vestiva…si sarà fatto un’idea…
Il Capitano Bellezza vide negli occhi del suo interlocutore uno
sguardo perso: ipotizzare il carattere di una persona dai suoi tratti,
dagli abiti, dalle scarpe, come si fa nelle chiacchiere quotidiane,
nei paesi, una procedura non scientifica.
Berti, mi riunisca tutti gli studenti presenti a lezione, entro oggi
pomeriggio. Li interrogheremo.
Tutti? Saranno un centinaio…
Sì, tutti. Voglio sapere ogni cosa sulla lezione e sul dopo. E ora
andiamo a mangiare.

Il primo studente si presentò alle tre del pomeriggio, come richiesto
dal Capitano. Era agitato. Questi americani. Parlava bene l’italiano,
e il Capitano iniziò il rito. Introibo ad altare dei. Perché questa è
la deposizione di prammatica, resa davanti al genuino inquirente, sui
fatti e i misfatti uditi e conosciuti, ma soprattutto visti, dal qui
presente.
Allora, pronunciò solenne il Capitano, con un mal di stomaco più forte
del solito.
Il giovane statunitense sorrise.
Ma che c’è da sorridere? Lei, tentennò il Capitano. Come essere
cortese con un americano? Dargli del lei? Chiamarlo per cognome?
Guardò il blocco di appunti davanti a lui. Urgeva concludere la
formula. Parlò.
Lei ha seguito la lezione dello, hmmm, del professore?
Sì.
E, hmmm, com’era?
La lezione?
Si.
Così e così. Sa – disse lo studente prendendo confidenza – il
professore era, diciamo, un po’ pieno di se…molto pieno di se…gran
parte delle lezioni erano gigantesche chiacchiere…inutili, ridicole…
Lo sono sempre, pensò il Capitano. Comunque…
Ci parlava anche della sua vita. Delle sue opinioni. Noi non sapevamo
che appunti prendere. E poi, si divertiva ad umiliare la gente in
pubblico, noi studenti, i suoi collaboratori.
Ho capito. Ma la lezione, su cosa verteva, concretamente?
Sul vino.
Il vino?
Si, i vari tipi di vino ed uve, la storia del vino, ecc. C’era anche
un test finale, sa?
Ma erano corsi per diventare viticultori, enologi, sommeliers?
Puntualizzò il Capitano.
No. Si chiamano corsi di cultura.
Eh già, inspirò il Capitano. Adesso fare l’intenditore di vino alle
feste e alle cene, a New York, a Los Angeles, e sbattere un po’ il
bicchiere di qua e di la, infilandoci poi il nasone lungo e
bitorzoluto con aria grigia da sapientino, fa tanto professore colto
stato in Europa. Lui, ai suoi tempi…ma sorvoliamo…non era poi così
vecchio…
E poi…, accennò il giovane, andandosene.
Sì? Aguzzò l’orecchio il Capitano.
E poi quell’ultimo giorno ci fece una grande rampogna, ma questo
preferisco spiegarglielo in privato.
Il giovane rimase seduto ancora un po’, mordendosi il labbro. Sa –
continuò – che ci seguiva, ci faceva seguire, ci spiava, c’impediva di
muoverci liberamente?
Bellezza si fece spiegare meglio.
Le tentazioni della città, evocò il ragazzo. Se succede qualcosa, ci
andava di mezzo lui, il direttore.
Va bene, disse poi il Capitano dando un altro appuntamento al giovane.

Non aveva umanità, era un gradasso, disse un altro studente, con una
espressione che colpì Bellezza e lo riscosse dal torpore del
pomeriggio. E il problema, continuò, è quando ai gradassi si dà il
potere…

Venne poi una docente del centro studi. Una donnina squallida, ritorta
come una vite, con la testa che sembrava fatta col meccano, piena di
moine e di sottintesi, meschina. Con una smorfia di disgusto
perennemente stampata sul volto. Secondo lei nel centro tutto era
perfetto e il direttore era un grand’uomo. Ma quando lo diceva, la
smorfia di disgusto, già inguardabile, si accentuava. Il Capitano la
mandò via presto, non ne poteva più di vedersela davanti. Poi,
uscendo, gettò un’occhiata sul personale del centro studi, personale
amministrativo, docenti, che cercavano di far finta di niente, ma in
realtà non sapevano dove sbattere la testa. Ne fu stomacato e si
affrettò verso l’uscita.

A quel punto, sulle scale umide, intervenne Berti. Capitano, disse, ho
il sospetto. Ecco la solita bischerata, pensò il Capitano. Ah si, eh?
E chi sarebbe?
Me ne hanno parlato le altre docenti e lo staff di qui, riprese Berti.
Era un professore che il morto, qui, l’Arnese, non aveva riconfermato.
Come vede, Capitano, il movente ci sarebbe, c’è…
E già. Il movente, pensò Bellezza. Centinaia, migliaia di inquirenti,
oggi, al mondo, allevati come giocatori di biliardo: se vedono una
palla che si muove, subito a cercare quella che l’ha colpita e le ha
dato quella traiettoria. Ma succede solo sui tavoli da biliardo. Fuori
è un’altra cosa. Perché è così? Forse i troppi gialli visti in tv da
ragazzi? Va bene, disse il Capitano, si faccia dare nome e cognome,
che andiamo a trovarlo…
Ma come, Capitano, non lo convochiamo qui?
No, si va noi.

Il professore non abitava nella città grigia, ma in un’altra un
centinaio di chilometri più a sud. Bellezza fu felice di cambiare
aria. Entrarono in casa e narrarono il fatto: il tizio trovato morto.
Il professore sorbiva il caffè. Lo sapeva già.
E allora, professore, che ne pensa?, chiese Berti, sospettoso.
Per favore, non chiamatemi professore. Chiamatemi col mio nome, grazie.
Va bene, riprese il Capitano. Però mi dica, che opinione aveva della scomparso?
Che opinione? Posso parlare liberamente?
Bellezza annuì con convinzione…parli, parli…
Era un figlio di puttana. E la morte non cambia certo le cose.
Scomparso, è un modo di dire. Quell’uomo non era mai comparso sulla
faccia della terra…era talmente vile e meschino…
Berti prendeva appunti, tutto contento.
Professore, disse Bellezza meravigliato, ma si rende conto che…dicendo
così…lei si mette, come dire, in cima alla lista…
Dei sospetti? Lo so, lo so. Ma non sono stato io. Non ho neppure un
alibi. Non mi ricordo neanche cosa stavo facendo mentre quel tizio
veniva ammazzato. Eppure dovrete credermi. Non sono un assassino. Non
ne avrei mai la forza, né l’incoscienza. Neppure in un momento in cui
si perde la testa, e ne ho avuti, di momenti come quelli, glielo
assicuro…se un giorno ha voglia, Capitano, gliene racconto due o tre
di davvero forti…no, disse il professore con un sorriso amaro, Arnese
era un figlio di puttana, un figlio di puttana di prima categoria, mi
aveva fatto del male, molto, ma per nulla al mondo mi sarei mai
sporcato ammazzandolo…per lui, il vero contrappasso, la vera pena, era
continuare a vivere con se stesso, mi creda…e invece qualcuno l’ha
liberato.
Berti, disse il Capitano prendendo il cappello, smetta di scrivere. Andiamo.

Per me, è stato il professore, disse Berti guidando lento sulla
superstrada, lungo una campagna bellissima.
Soluzione banale, Berti, rispose il Capitano, guardando le colline,
non ci credo.
Il professore è astuto e sottile, creda a me. Ci ha confessato subito
il suo odio per Arnese, per mettersi in una lista d’insospettabili di
secondo livello, insospettabili perché troppo sospetti, non so se mi
spiego…
No, no, Berti, non ci siamo. Non è un assassino. Ne sono certo.

Capitano, abbiamo in mano l’omicida, disse Berti quasi soddisfatto,
entrando d’improvviso nella stanza in cui Bellezza interrogava una
persona dello staff.
Il Capitano si passò le mani sulla faccia, incredulo, stanco. Berti, è
la seconda volta che lo insinua…prima il professore…ora che è
successo?
Ecco, disse Berti, in laboratorio hanno scoperto, sul volto del
cadavere, ampie tracce di saliva…insomma, Capitano, qualcuno ha
sputato sul corpo…chi può sputare su un cadavere? L’ipotesi è che sia
successo poco prima o poco dopo l’omicidio…e quindi, non può che
essere stato l’assassino…
Sarà…lei è un ottimista, Berti…mi faccia sapere il referto
dell’analisi del dna, poi vedremo…
Va bene, Capitano, disse il vice deluso, richiudendo la porta.

E dopo qualche giorno saltò fuori che Arnese aveva un giochetto, un
giochetto antico come l’universo: gli piaceva portarsi a letto le
studentesse. Il Capitano l’aveva scoperto per caso: mentre stava
interrogando una studentessa, questa era improvvisamente scoppiata in
un pianto dirotto, raccontandogli la storia. Usando la sua posizione
di direttore, Arnese minacciava velatamente le studentesse, le
blandiva, poi le invitava fuori. Quasi tutte ci cascavano.

Che le dicevo, Berti?, commentò il Capitano. Il nodo dell’affare è
qui, mi creda. Nel fango. È sempre nel fango, il nodo della questione.
Capisco che si cerchi sempre di evitarlo, il fango, quando si parla,
non è fine. Eppure è nel fango che tutti si rotolano, è nel fango che
si risolvono tutte le questioni. Mi dia retta.
Ha visto la gente che lavora in quel centro studi? L’ha vista bene?
Tutte persone abituate ad adulare, a leccare, ad arruffianarsi a
quell’Arnese, a lisciarlo continuamente…dall’

arruffianaggio dipendeva
il loro lavoro, il loro futuro. Tutte persone abituate a rotolare nel
fango, sorridendo, contente. Gente senza dignità, pronta a farti
credere tutto, gente spiacevole, di cui non ci si può fidare. Fango
anche loro, Berti. Ci pensi. Poi chinò il viso sul piatto. Questa
cucina tradizionale del luogo, disse scotendo la testa. Che schifo.Voglio una lista di tutte le studentesse che hanno conferito con il
direttore per qualche motivo nell’ultimo mese, ultimo mese e mezzo,
disse Bellezza alla segretaria del direttore. La ragazzetta americana,
piuttosto sgarbata, aveva odiato Bellezza fin dal primo momento in cui
aveva messo piede nella sede del centro studi. Il Capitano,
ovviamente, se ne era accorto al volo. E ne era soddisfattissimo.
Ricambiava di cuore, oltretutto. Bene, bene, sospirava tra se. Ora ti
torturo io, streghetta statunitense. Ed andava avanti nel torchiarla,
insinuare sospetti sulla deontologia del direttore, sulla deontologia
di ognuno, sulla trasparenza e rettitudine dell’intero centro studi,
mettendo in questione, chissà,  lo stesso presidente degli Stati Uniti
e l’intera grande nazione a stelle e strisce. Il prima possibile,
signorina, per favore, sibilò il Capitano. A proposito, come siamo
messi col permesso di soggiorno?Passavano i giorni e la lista non arrivava. Signorina, disse il
Capitano con voce tagliente, devo pensare che c’è una sua precisa
volontà d’intralciare le indagini?
La ragazzetta non rispose. Bellezza ghignò.

La sera ricevette una telefonata da una – come si dice – altissima personalità.
Bellezza, disse minaccioso il grand’uomo, con la voce di chi è uso
all’anticamera dei politici, al ruffianaggio e al traffico col potere,
la chiamo da un telefono schermato, quindi la nostra conversazione è
assolutamente segreta.
Sai che m’importa, pensò il Capitano.
Stamattina sono stato chiamato dall’Ambasciatore americano, Capitano.
L’Ambasciatore è preoccupato, lei capirà perché. In questo momento di
strisciante e pericoloso antiamericanismo, non devono emergere altri
motivi di frizione e di urto nei confronti degli americani e
dell’immagine dell’America in genere…assolutamente…è chiaro? Le è
chiaro, Capitano? Mi sente?
Bellezza lo lasciava parlare.
La sento, la sento, dottore, rispose. Ma che motivi di urto, scusi?
Non faccia finta di non capire, Bellezza. Quell’indagine a cui lei
lavora, laggiù…
Ah, sì, pensò Bellezza, dove mi avete sbattuto…
Quell’indagine, riprese il plenipotenziario. L’omicidio di quel povero
direttore del centro studi…
Bellezza si soffermò sul povero…aggettivo quanto mai fuori luogo…
Beh, Bellezza…non deve…per nessun motivo…dico
nessuno….capisce?…venirne fuori uno scandalo…mi segue?
Che scandalo? Chiese il Capitano.
Uno scandalo. Uno scandalo qualsiasi. Una cosa che finisca sui
giornali per chissà quanto. L’America e gli americani ci sono già
troppo, sui giornali, di questi tempi, come ha detto anche
l’Ambasciatore. Non ne ha bisogno nessuno, siamo d’accordo? Non ne
abbiamo bisogno noi, e neppure gli americani. E non ne ha bisogno
neppure lei, mi pare. No? Sbrighi la faccenda, Bellezza. Quel
direttore è stato ucciso da un pazzo che chissà come si è infilato nel
suo studio…un barbone, un demente, un drogato…ora introvabile…oppure
ne trovi uno, lo interroghi…risolva la cosa, insomma…mi ha capito
Bellezza? Sbrighi la faccenda e rientri a Roma.
Ma, dottore…
L’altro aveva già abbassato.

Col cavolo!, gridò Bellezza sbattendo il cellulare sul tavolo.
L’Ambasciata americana, probabilmente, aveva già scoperto tutto, o
aveva una buona traccia in mano. Sapevano già chi era stato. E si
muovevano per sopire e troncare. No. Non sarebbe stato strumento di
quel gioco.

Riprese il cellulare in mano.
Berti, mi convochi una conferenza stampa, per domattina.
Per dire cosa, Capitano?
Lasci perdere, a questo ci penso io. La convochi, e che sia piena di
giornalisti.

La sala, l’indomani, straboccava. In quel grigio posto di provincia
una storia del genere era una vera manna. Bellezza prese la parola.
Cominciò a narrare il fatto, e si soffermò a lungo sulla descrizione
del cadavere. Poi analizzò i testimoni finora sentiti. I cronisti
copiavano furiosamente. Bene, bene, pensò Bellezza. In conclusione,
passò alle ipotesi investigative. Niente di concreto, finora. Come al
solito, citò Bellezza, gli inquirenti brancolano nel buio, ma…disse
dopo lunga sospensione…ci sono degli sviluppi nell’indagine sui
rapporti privati – e sottolineò questa parola – fra il defunto ed
alcuni studenti, che sembrano gettare nuova luce sulle ricerche. Sul
volto dell’ucciso si sono trovate tracce di saliva. Vedremo. Grazie e
arrivederci.

Ma cosa ha fatto?, disse incredulo Berti.
Cosa ho fatto? Ho detto la verità, rispose tranquillamente il
Capitano. La verità – disse sorridendo – vi farà liberi. Andiamo a
bere qualcosa.

I giornali dell’indomani fiammeggiavano delle fiamme dell’inferno.
Cosa si celava nella vita provata del defunto? – scriveva uno – e
soprattutto in quelle relazioni con alcuni studenti, che sembrano la
nuova traccia da seguire? Foto del defunto con lo sguardo passionale
occhieggiavano dai giornali dei bar. Bene, benissimo. Bellezza era al
settimo cielo. Il plenipotenziario chiamava da un’ora,
ininterrottamente. Nessuno rispondeva al cellulare.

Chissenefrega, disse Bellezza. È l’ultima inchiesta, poi me ne vado.

Una mattina andò in ufficio con una idea chiara in testa. Bisognava
ritrovare l’oggetto con cui l’uomo era stato ucciso. La cosa era
rimasta in secondo piano, per capire prima il contesto, ma adesso era
della massima importanza: con cosa era stato ucciso? Bellezza andò con
Berti sul posto, osservò bene la scrivania e l’intera sala. Era chiaro
che era stato ucciso con un oggetto che era lì, e che poi l’omicida
aveva portato con se.
Il Capitano rientrò nel suo ufficio e chiamò il professore, quello che
erano stati a trovare a casa sua.
Professore, è della massima importanza, cerchi di ricordare. C’era un
oggetto grande, voluminoso, su quella scrivania?
Si, Capitano. Un busto di Beethoven, in gesso, sembrava. Di circa 20
cm di altezza.
Ho capito. Ora non c’è più. Grazie.

Ormai lavorava al caso da un paio di settimane. Dopo il caffè si avviò
verso l’ufficio stanco e più depresso del solito. Quando arrivò, lo
avvertirono che un giovane italiano lo aspettava nella sua stanza da
almeno mezz’ora.
Bellezza aprì la porta e dette il buongiorno al ragazzo.
Mi dica, fece sedendo. Cominciò a guardarlo in faccia, e quello prese a parlare.
Capitano…sono stato io. Può anche smettere di cercare.
Bellezza rimase gelato, le mani immobili sulla scrivania.
Lo guardò meglio. Quello riprese.
A quanto pare, il defunto si divertiva con una studentessa, che era
fidanzata del giovane che aveva davanti. La ragazza non poteva né
liberarsi né parlare della cosa, altrimenti sarebbe stata esclusa dal
programma, e forse anche dagli studi. Allora, all’insaputa della
fidanzata, il giovane aveva deciso di andare a parlare con il
direttore, per cercare un modo per farlo smettere. Confondendosi con
gli studenti, era entrato a fine lezione, quando il centro studi era
ormai chiuso. Aveva cominciato a parlare. Ma quello l’aveva deriso e
preso in giro, offendendo la ragazza, offendendo lui, coi toni
beffardi di sempre. E allora il giovane, già disperato per la
situazione, aveva perso la testa, aveva afferrato la prima cosa che
aveva davanti e…il resto l’avevano visto…
Bellezza annuì. Guardò il giovane. Poteva avere 23, 24 anni. Capì.

Chiamò qualcuno e fece stilare una confessione in piena regola. Poi
chiamò Berti e gli disse di avvertire Roma. Mi raccomando, avverta
anche l’Ambasciata, disse. Il Capitano era sulla porta: una canzone
triste gli girava in testa, un lago, una donna. L’ambasciatore sarà
contento. Il fango se lo sono giocato fra due italiani.

 

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