La montagna da giù

Un racconto dell’amico Stefano Adami

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Le creature del piano guardano alla montagna con sospetto, con reverenza e
con timore. In genere. Da che mondo è mondo, in montagna, protetti da un
gran nebbione, abitano e trafficano gli Olimpi, tra cene, bevute,
litigate, maldicenze, lap dance, trenini, e in montagna si fanno i
sacrifici umani. Si celebrano i misteri. In montagna ci cade la neve, la
neve è bianca, e questa sembra una banalità. Non è una banalità. Ogni
tanto, nella foga di qualche discussione, agli Olimpi scappa per sbaglio
di mano un lampo, un fulmine, un terremoto, o scatenano qualche guerra
mentre sono sovrappensiero. (No, non stanno per candidarsi alla Presidenza
degli Stati Uniti). Qualche sacrificio umano viene fatto per errore.
Avevano già sacrificato tutti e per sbaglio ne hanno messo uno in più.
Oppure hanno sacrificato uno nel giorno sbagliato, l’avevano detto, di
controllare meglio il calendario. Ma quale usate, scusa, quello Maya?
Lasciate perdere, si sa che quello porta sfortuna. Pazienza, peccati
veniali. La prossima volta, per espiare, se ne sacrificherà uno in più. In
montagna, per tradizione, ci salivano sempre i sacerdoti, i pastori di
popoli. Il popolo lo lasciavano giù, a brucare. Poi tornavano sotto con
qualche tavola istoriata (bella, eh?, me l’hanno regalata… attenti che
si rompe), una lista di obblighi, un contratto da firmare, qualche
bolletta da pagare, cartelle di Equitalia.
Noi, creature della piana, si striscia come bisce fra l’erba, tra la città
e il fiume, tra i miasmi dell’aria pesante, a quattro zampe, in montagna
no, in montagna si sale o si scende. (Scendere è meglio, però). Nell’aria
fina. Per questo gli abitanti della montagna guardano quelli del piano con
un po’ di condiscendenza. E con un po’ di superiorità. L’unico che non
guarda alla montagna nè con sospetto nè con timore è Alessandro Baricco.
E’ convinto infatti che la montagna debbe avere timore di lui. Ma molti
sanno la verità. La montagna ha dichiarato più volte che Baricco l’ha
molto deluso.
La scienza può spiegare tante cose. La montagna è sempre l’esito di un
vulcano, o di una corrugazione della buccia terrestre strizzata dal gioco
a nascondino delle zolle tettoniche che si rincorrono e si prendono a
spintoni. E’ per queste dinamiche strane che spesso si trovano in montagna
fossili marini. A volte si trova anche qualche aragosta (coi porcini sono
buonissime). Spallate, nocchini, frontini, scappellotti, ridarella, quello
che non si fanno tra loro queste zolle tettoniche, mentre maestri e
parenti non guardano. Come cambiano i tempi, una volta si comportavano
meglio, oggi non si reggono più. Sarà colpa della tv, di internet, o
dell’iphone. Quando torniamo a casa lo dico a tuo padre che ti gonfia di
botte, vedrai! E all’improvviso, tac, ti emerge, si alza, una montagna.
Gli umani ne restano sempre un po’ colpiti. Per cercare di umanizzare e
mettere il fenomeno alla loro altezza, spesso ne hanno parlato con
metafore sessuali. Certo non è un caso che si parli di Monte di Venere. O
di Ventre della Montagna.
L’ascesa al monte ventoso è sempre una cosa faticosa e laboriosa a cui ci
si applica con gran sudata nella speranza di raggiungere, una volta in
cima, bene, sì, aaa, un momento di beatitudine totale. Ce l’ha detto
Petrarca. Ma lo sapevano già gli etruschi; in molti affreschi che si
possono leggere nei più minuti dettagli nelle loro tombe spesso si trova
dipinta, infatti, una figura umana, forse un sacerdote, che manipola una
montagna in certe parti e nei modi più strani. Che le starà facendo? Quali
arcani movimenti compie il sacerdote con l’imposizione delle mani sulla
montagna? Non si sa di preciso, si vede solo benissimo che la montagna ne
ha parecchia soddisfazione. E che quegli affreschi è meglio non farli
vedere ai bimbi. Anche la montagna ha le sue sensibilità, e quei suoi
momenti particolari in cui è meglio starle lontano. Ma questi sono proprio
i motivi per cui gli uomini continuano a frequentare le montagne. Come si
farebbe, senza montagne? Il mondo sarebbe invivibile.
Ci sono dei paesi senza montagne, infatti. Paesi destinati, condannati
alla pianura. Prendete l’Olanda. Non c’è l’ombra di un rilievo. Ebbene, è
un paese in cui il mal di montagna è anche più forte del mal d’Africa. Una
nostalgia profonda delle montagne serpeggia tra gli olandesi. Ogni tanto
se ne inventano una, di montagna, guarda, era qui, sarà andata a fare due
passi… Il quartiere rosso, ad Amsterdam, se lo sono inventati nel
Medioevo, per non pensare ossessivamente alle montagne.
Anche le tradizioni orali possono spiegare tante cose. In pianura, sono
sempre un po’ piatte. Per forza, sono schiacciate verso la linea di terra.
E’ in montagna che si scatenano e tirano fuori dal cappello (o dal sacco
del carbonaio) tutta una genia di esseri, esserini, esseracci che popolano
nei modi più disparati notti, giorni, caverne, boschi e bottiglie. Sono
esserini davvero curiosi e instabili, un po’ grillo parlante, un po’ uomo
delle nevi.
Filosofi e artisti sono sempre scappati in montagna per creare, prendete
Nietzsche, prendete Cezanne. Cezanne dipingeva la Montagna Saint Victoire
a tutte le ore del giorno, perchè era convinto che la montagna gli tenesse
il muso, voleva sorprenderla, prima o poi, e rinfacciarglielo
adeguatamente. Gli abitatori della montagna, uomini e donne, trasudano una
spiritualità particolare. Qualcosa di misterico li lega ai prodotti degli
umori della montagna, funghi, castagne, vino, birra. Forse i re magi erano
di montagna. Legami che, nel piano, non possono capire nè afferrare. Sono
legami molto profondi, radicati nel fatto che la montagna va ascoltata, in
silenzio, ha molto da dire. Anche la montagna ha i suoi complessi di
inferiorità. Situazioni in cui si sente piccola piccola.
Heidegger aveva ragione, gli dei hanno abbandonato la montagna. Però, come
ben sanno gli abitanti delle montagne, passano ogni mese a riscuotere
l’affitto.

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