“Mani, volante” Stefano Adami

di , 30 ottobre 2012 11:37

di Stefano Adami

Partii la mattina in macchina, alle sette e mezzo, otto; dovevo
andare, aspettare era inutile; di usare l’auto l’avevo deciso più o
meno all’ultimo momento. Piovigginava un po’ e la strada e la terra
era completamente inzuppata dalla nebbia; ogni tanto emergeva tra le
onde come un’isola, ai lati, una collina, un paese. Guidai veloce, ero
ansioso di arrivare, di trovare la strada in mezzo alla città e al
traffico. Come sarebbe stato il mio arrivo? Come l’avrei trovata? Come
sarebbe stato l’incontro? Mi sentivo il cuore stretto e mi aggrappai
forte al volante. La mattinata era buia; sulla strada non vedevo
nulla, andavo alla cieca; finalmente giunsi a Firenze. Dopo un
semaforo mi fermai a chiedere indicazioni a due uomini di mezza età
che discutevano sul ciglio della strada. Da dietro mi suonarono
ferocemente, ma cosa m’importava? I due mi consigliarono di andare in
fondo e poi girare a sinistra, chiedendomi se conoscevo la città. Non
molto, risposi. Pazienza, dopo la svolta a sinistra avrei trovato lo
stesso le indicazioni da solo, senza gran difficoltà. Li ringraziai,
li salutai, e ripartii nella mattina grigia di nebbia. Vidi dallo
specchietto retrovisore che mi guardavano per un po’. In fondo alla
strada svoltai a sinistra come mi avevano detto, e mi trovai dentro
alla città. Riconobbi il lungo viale che finiva nella piazza con la
rotatoria ed il bianco monumento nel mezzo. Feci la rotatoria, girai a
destra, costeggiai il viale e mi trovai alla fortezza. Chiesi di nuovo
indicazioni ad una postina che mi guardò con commiserazione e mi dette
spiegazioni vaghe. Le macchine procedevano lentissime ed affollavano
la strada, suonando con rabbia. Finalmente sbucai nell’area che
cercavo, la riconobbi subito, è impossibile non riconoscere un grande
ospedale. Entrai nel parcheggio, individuai un posto e fermai la
macchina. Mi tremavano le mani. Spensi il motore, uscii e chiusi a
chiave lo sportello. Attraversai la strada ed entrai dal cancello
principale: l’ospedale sembrava una piccola città. Mi sentivo perduto.
La chiamai e le dissi che ero arrivato.
Poi salii al piano ed aspettai che arrivasse l’ora in cui si poteva
passare. Mi sedetti ed aspettai per circa due ore. Mi guardavo intorno
ogni tanto. Alla fine la porta si aprì e un’infermiera disse che
potevamo entrare. M’infilai nel corridoio e poi la vidi che veniva
verso di me. Si era legata i capelli dietro la nuca, all’inizio pensai
che li avesse tagliati. E mi venne da piangere, e quasi non riuscivo a
trattenermi. Non è bello che vai a visitare un malato e ti fai vedere
in lacrime. Strinsi le mani. Poi ci toccammo. Ci sedemmo all’entrata
del reparto ma c’era troppa confusione. Io sentivo delle voci dentro
che mi confondevano anch’esse. Così andammo in un altro corridoio lì
vicino che sembrava più tranquillo. Era lo stesso corridoio dove mi
ero seduto prima aspettando. E poi la guardai dritto negli occhi ed
ebbi voglia di baciarla, una voglia che non riuscivo a trattenere. E
sentivo qualcosa dentro che mi spezzava e mi batteva contro il petto e
mi scivolava addosso, stringendomi fino a togliermi il fiato. E
parlavamo, parlavamo. Mi chiese se ero dimagrito e io risposi che ero
invecchiato. E poi mi chiese come la trovavo io e io le dissi che la
trovavo bene, ancora più giovane. E poi mi mancavano le parole. E poi
mi chiese del lavoro e io le raccontai. E poi cominciò a parlarmi dei
medici delle visite dell’ospedale degli orari delle analisi. Di quello
che dicevano di quello che ipotizzavano di quello che si sarebbero
aspettati. E poi mentre parlavamo fitto fitto ognuno rivolto all’altro
ci toccavamo le gambe e le ginocchia e ci stringevamo continuamente le
mani. E io ricordavo tutto, e poi dimenticavo tutto. E mi guardavo
intorno, guardavo l’ospedale fatiscente e i corridoi affollati. Mi
disse che avevo fatto male a venire in macchina perché era pericoloso.
E poi mi portò a vedere la sua stanza e le sue vicine e vidi quelle
donne e vidi che stavano male e che avevano gli occhi disperati.
Appena entrai nella stanza salutai, dissi buongiorno a tutti. E tutti
mi guardarono trasalendo e fissandomi. E mi mancò il respiro. E poi
uscimmo di nuovo e andammo verso la porta del reparto perché si
avvicinava l’ora in cui le visite non erano più permesse e sarei
dovuto andare via. Fuori pioveva e faceva freddo, era davvero una
brutta giornata. E restammo ancora sulla porta a guardare i malati che
vagavano smarriti per il corridoio e i parenti che andavano via di
corsa e continuammo ancora a parlare. E poi venne il momento che
dovevo davvero andar via. E le dissi di essere forte e di avere
coraggio, ma era inutile perché fra i due lei era sempre stata forte e
aveva sempre avuto coraggio e quello che non era stato forte e non
aveva coraggio ero sempre stato io, quindi quelle parole, lo sapevo
benissimo, erano rivolte solo a me. E mi venne da piangere e stavolta
non riuscii a trattenermi. E poi ci stringemmo e andammo verso la
porta. Finalmente la attraversai e lei d’improvviso si strinse a me e
mi baciò. E io mi sentii come se mi avessero strappato il cuore. E poi
lei mi salutò con la mano e mentre la porta grigia si chiudeva
lentamente io mi girai per scendere le scale e mi sembrò di essere
morto.
Avevo fatto le mie cose ed ero andato nei posti dove dovevo andare nei
giorni passati ma in realtà lo sapevo ero sempre stato lì. E discesi
le scale meccanicamente e mi trovai nella via rigata dalla pioggia e
cercai di ritrovare l’uscita ed il parcheggio. E pensai che cos’è
questa vita. E alzai la testa verso il palazzo cercando d’individuare
la finestra del corridoio da cui avevamo guardato la strada e feci un
cenno di saluto. E tutto quello che vedevo era opaco e sfocato e
spezzato. E poi mi ritrovai nel traffico e nella strada e rividi
l’entrata del parcheggio. E tornai alla macchina per prendere il
biglietto e pagare. E poi richiusi le mani strette sul volante come se
fosse un salvagente. E poi rimisi in moto e piano piano uscii. E mi
venne da piangere piano piano mentre rientravo nel traffico senza
rumore. Singhiozzavo. E lasciai le lacrime scorrere.

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