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UN DIA DE NOVIEMBRE di Stefano Adami

di Stefano Adami

A volte penso che se ci fosse più musica, al mondo, la gente sarebbe
migliore. A volte penso che sarebbe più solidale, più vicina agli
altri, meno cattiva. Ma poi penso che è una cavolata, perchè se andate
a guardare bene, vedete che i più grandi compositori e musicisti sono
stati spesso dei grandi figli di puttana, e quindi non è vero niente,
non è proprio vero che la musica rende migliori. Anzi. Sarebbe bello,
ma non è così. Con me, migliori non lo sono stati, e comunque, se
cominciassero ad esserlo ora, sarebbe troppo tardi. Comunque
anch’io… comunque anch’io non sono stato una gran persona… e anche
per questo è troppo tardi.

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Due al Dikteon

Un racconto dell’amico Stefano Adami

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I mulini a vento di Pinakiano non servono più a nessuno, hanno perso
le triangolari vele bianche, sono rimasti solo i grandi bracci di
legno e i fusti di pietra, tesi verso il cielo. All’entrata di un
villaggio senza nome, ci fermiamo e chiediamo ad una vecchina vestita
di nero, che sta prendendo la cavezza di un asino. Ci indica
semplicemente, sotto i baffi, con un dito. ‘Psychrò’, dice. Il nome ha
un vago senso di sventura. ‘La Grecia, la povera Grecia’, faccio io.
‘La povera Grecia… ha inventato l’Europa, ha inventato l’occidente,
e guarda l’Europa come la riduce…’. ‘Beh…’, dice lei. ‘Beh che?’,
chiedo. ‘Le invenzioni funzionano sempre male’, mi spiega. ‘Poi ti
tradiscono’. Prendiamo una buca. ‘Pensa a Frankenstein…’. ‘Ma lì non
era l’invenzione, era l’inventore, semmai…’. ‘Appunto’. ‘Vabbè…’,
commenta. Cambia marcia. In Italia, invece, c’abbiamo i Trenta
Tiranni…. Siamo sull’altipiano, verdissimo, dopo aver attraversato
una strada rocciosa e desertica in grande pendenza. Qui alcuni mulini
funzionano ancora, guarda un po’. Sarà mica per i turisti? Ripenso al
barista della sera prima, che allungandomi il cuba libre mi parlava
della decadenza greca. Era albanese. ‘La nostra povera Grecia..’,
riprendo. ‘Ahò’, dice lei. ‘Ma questa non è la Grecia… è Creta’. ‘Ah
no?’. Arrivati a Psychrò, pernottiamo. Fa un gran freddo.
La mattina all’alba di nuovo sulla scatoletta di tonno, per arrivare
all’ora giusta al punto X. Parcheggiamo, paghiamo il biglietto,
cominciamo a salire a piedi. Un sentiero largo, poi stretto, poi si
riallarga, poi si restringe. Ammazza, che freddo. Eccoci finalmente
all’imboccatura. E si comincia a scendere per i gradini scavati nella
roccia, guizzanti, sguillanti, zuppi e scivolosi. L’aria è gelida.
Qualcuno fuori schiamazza, le solite comitive, invece bisognerebbe
scendere giù sotto in raccolto silenzio. Ma chi sono, questi
schiamazzatori, spagnoli, tedeschi? No, marciano troppo disordinati
per essere tedeschi. ‘Certo’, riprendo. ‘Eh’, fa lei. ‘Ma tu pensa che
il dio, da neonato, se ne stava quaggiù’, le dico. ‘E infatti sembra
proprio un ventre materno’. ‘Ma era già nato!’. ‘Ma che vuol dire…
era un dio!’. ‘Ah, sì, e perchè era un dio doveva stare in grembo più
a lungo degli altri, eh?’. Arriviamo giù in fondo dopo un paio di
scivoloni, per fortuna evitati da un congruo appolpamento sulle rocce
a lato dei gradini. Sgnak! ‘Guarda, c’era anche l’acqua…’. ‘Per il
bagnetto…’. Insomma, il dio se ne stava qua sotto, in mezzo a questi
spunzoni, a ‘ste rocce bagnate…. Restiamo per un bel po’ giù in
fondo, a contemplare i vari attorcigliamenti rocciosi. Risaliamo. Da
sotto, le metto delicatamente la mano sulla spalla, per sostenere la
risalita, e lei si abbandona. L’amore a volte può trasformare i
luoghi, e viceversa, i luoghi possono trasformare l’amore. Specie un
luogo come questo, dove sognavo da tempo di tornare, dove una grande
altezza diventa una grande pianura, che poi diventa un grande
strisciare nelle profondità umide della terra. Però il potere
dell’amore, di trasformare tutto, c’è solo all’inizio. Dopo
s’annacqua. Bisognerebbe innamorarsi, diciamo, ogni due anni. Ma
allora diventerebbe un lavoro. Usurante. Sono, siamo quasi risaliti.
‘Vieni a riempire le nostre brocche, a riempire i nostri fertili
desideri…. Vieni con un nuovo uomo, nuove leggi…’. Così dice
l’inno allo Zeus del Dikteon.

La montagna da giù

Un racconto dell’amico Stefano Adami

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Le creature del piano guardano alla montagna con sospetto, con reverenza e
con timore. In genere. Da che mondo è mondo, in montagna, protetti da un
gran nebbione, abitano e trafficano gli Olimpi, tra cene, bevute,
litigate, maldicenze, lap dance, trenini, e in montagna si fanno i
sacrifici umani. Si celebrano i misteri. In montagna ci cade la neve, la
neve è bianca, e questa sembra una banalità. Non è una banalità. Ogni
tanto, nella foga di qualche discussione, agli Olimpi scappa per sbaglio
di mano un lampo, un fulmine, un terremoto, o scatenano qualche guerra
mentre sono sovrappensiero. (No, non stanno per candidarsi alla Presidenza
degli Stati Uniti). Qualche sacrificio umano viene fatto per errore.
Avevano già sacrificato tutti e per sbaglio ne hanno messo uno in più.
Oppure hanno sacrificato uno nel giorno sbagliato, l’avevano detto, di
controllare meglio il calendario. Ma quale usate, scusa, quello Maya?
Lasciate perdere, si sa che quello porta sfortuna. Pazienza, peccati
veniali. La prossima volta, per espiare, se ne sacrificherà uno in più. In
montagna, per tradizione, ci salivano sempre i sacerdoti, i pastori di
popoli. Il popolo lo lasciavano giù, a brucare. Poi tornavano sotto con
qualche tavola istoriata (bella, eh?, me l’hanno regalata… attenti che
si rompe), una lista di obblighi, un contratto da firmare, qualche
bolletta da pagare, cartelle di Equitalia.
Noi, creature della piana, si striscia come bisce fra l’erba, tra la città
e il fiume, tra i miasmi dell’aria pesante, a quattro zampe, in montagna
no, in montagna si sale o si scende. (Scendere è meglio, però). Nell’aria
fina. Per questo gli abitanti della montagna guardano quelli del piano con
un po’ di condiscendenza. E con un po’ di superiorità. L’unico che non
guarda alla montagna nè con sospetto nè con timore è Alessandro Baricco.
E’ convinto infatti che la montagna debbe avere timore di lui. Ma molti
sanno la verità. La montagna ha dichiarato più volte che Baricco l’ha
molto deluso.
La scienza può spiegare tante cose. La montagna è sempre l’esito di un
vulcano, o di una corrugazione della buccia terrestre strizzata dal gioco
a nascondino delle zolle tettoniche che si rincorrono e si prendono a
spintoni. E’ per queste dinamiche strane che spesso si trovano in montagna
fossili marini. A volte si trova anche qualche aragosta (coi porcini sono
buonissime). Spallate, nocchini, frontini, scappellotti, ridarella, quello
che non si fanno tra loro queste zolle tettoniche, mentre maestri e
parenti non guardano. Come cambiano i tempi, una volta si comportavano
meglio, oggi non si reggono più. Sarà colpa della tv, di internet, o
dell’iphone. Quando torniamo a casa lo dico a tuo padre che ti gonfia di
botte, vedrai! E all’improvviso, tac, ti emerge, si alza, una montagna.
Gli umani ne restano sempre un po’ colpiti. Per cercare di umanizzare e
mettere il fenomeno alla loro altezza, spesso ne hanno parlato con
metafore sessuali. Certo non è un caso che si parli di Monte di Venere. O
di Ventre della Montagna.
L’ascesa al monte ventoso è sempre una cosa faticosa e laboriosa a cui ci
si applica con gran sudata nella speranza di raggiungere, una volta in
cima, bene, sì, aaa, un momento di beatitudine totale. Ce l’ha detto
Petrarca. Ma lo sapevano già gli etruschi; in molti affreschi che si
possono leggere nei più minuti dettagli nelle loro tombe spesso si trova
dipinta, infatti, una figura umana, forse un sacerdote, che manipola una
montagna in certe parti e nei modi più strani. Che le starà facendo? Quali
arcani movimenti compie il sacerdote con l’imposizione delle mani sulla
montagna? Non si sa di preciso, si vede solo benissimo che la montagna ne
ha parecchia soddisfazione. E che quegli affreschi è meglio non farli
vedere ai bimbi. Anche la montagna ha le sue sensibilità, e quei suoi
momenti particolari in cui è meglio starle lontano. Ma questi sono proprio
i motivi per cui gli uomini continuano a frequentare le montagne. Come si
farebbe, senza montagne? Il mondo sarebbe invivibile.
Ci sono dei paesi senza montagne, infatti. Paesi destinati, condannati
alla pianura. Prendete l’Olanda. Non c’è l’ombra di un rilievo. Ebbene, è
un paese in cui il mal di montagna è anche più forte del mal d’Africa. Una
nostalgia profonda delle montagne serpeggia tra gli olandesi. Ogni tanto
se ne inventano una, di montagna, guarda, era qui, sarà andata a fare due
passi… Il quartiere rosso, ad Amsterdam, se lo sono inventati nel
Medioevo, per non pensare ossessivamente alle montagne.
Anche le tradizioni orali possono spiegare tante cose. In pianura, sono
sempre un po’ piatte. Per forza, sono schiacciate verso la linea di terra.
E’ in montagna che si scatenano e tirano fuori dal cappello (o dal sacco
del carbonaio) tutta una genia di esseri, esserini, esseracci che popolano
nei modi più disparati notti, giorni, caverne, boschi e bottiglie. Sono
esserini davvero curiosi e instabili, un po’ grillo parlante, un po’ uomo
delle nevi.
Filosofi e artisti sono sempre scappati in montagna per creare, prendete
Nietzsche, prendete Cezanne. Cezanne dipingeva la Montagna Saint Victoire
a tutte le ore del giorno, perchè era convinto che la montagna gli tenesse
il muso, voleva sorprenderla, prima o poi, e rinfacciarglielo
adeguatamente. Gli abitatori della montagna, uomini e donne, trasudano una
spiritualità particolare. Qualcosa di misterico li lega ai prodotti degli
umori della montagna, funghi, castagne, vino, birra. Forse i re magi erano
di montagna. Legami che, nel piano, non possono capire nè afferrare. Sono
legami molto profondi, radicati nel fatto che la montagna va ascoltata, in
silenzio, ha molto da dire. Anche la montagna ha i suoi complessi di
inferiorità. Situazioni in cui si sente piccola piccola.
Heidegger aveva ragione, gli dei hanno abbandonato la montagna. Però, come
ben sanno gli abitanti delle montagne, passano ogni mese a riscuotere
l’affitto.