“Todo Modo” di Stefano Adami

di Stefano Adami

Rivedo, dopo anni, ‘Todo Modo’, il film che, nel 1976, Elio Petri
modellò magistralmente sul breve romanzo di Sciascia (uscito due anni
prima). L’impressione è fortissima. Mista all’amarezza per la
constatazione che è un film dimenticato, di un autore dimenticato,
perchè tale è il destino di cose del genere in questo paese. Il libro
di Sciascia era uno dei suoi più penetranti e onnipresenti gialli
metafisici, quei meccanismi narrativi che incastrano il lettore in
mulini oleosi in cui tutti noi siamo colpevoli, perchè tutti
collaboriamo, e allo stesso tempo, tutti siamo anche in parte
innocenti. La storia dello scrittore siciliano si apre con un pittore
solitario e di successo che, guidando per svagarsi, arriva per caso ad
un eremo edificato in sile postmoderno, l’eremo di Zafer, diretto da
un misterioso e potente don Gaetano, in cui si stanno per celebrare
gli ‘esercizi spirituali’ raccomandati da Ignazio di Loyola. Ma questi


esercizi sono un po’ diversi dai soliti, gli viene detto, perchè sono
seguiti da politici, imprenditori, direttori di giornali, e simili. Il
pittore, alla ricerca di stimoli nuovi, profondamente curioso, chiede
se può rimanere, e per questo viene indirizzato a don Gaetano. Che,
ironico e curioso a sua volta, gli concede il permesso. I grandi
cominciano ad arrivare, qualcuno con l’amante mascherata da signorina
in villeggiatura, e lo spettacolo comincia: il pittore se lo gode in
pieno. E’ chiaro che gli esercizi ignaziani sono solo un pretesto per
incontri annuali in cui le classi dirigenti si confrontano, fanno il
punto della situazione, stabiliscono spartizioni nuove. Ma
d’improvviso, durante una recita serale, uno degli eserciziandi viene
ucciso. Iniziano le indagini. Il pittore, in qualità di spettatore
partecipante, si trova a dare consigli agli inquirenti. Che non
riescono a costruire un’ipotesi valida sull’omicidio. Intanto tutti si
affollano intorno al cadavere di un altro eserciziando. E, nelle
ultime pagine, lo stesso don Gaetano viene trovato ucciso in una
radura vicina all’eremo. Chi lo ha ammazzato? Forse lo stesso pittore?
O è un suicidio? Così finisce il libro di Sciascia.
In pellicola, Petri ne fa un’altra cosa, portando la storia al limite
estremo. Il pittore che narra la storia, ed è in qualche modo alter
ego dell’autore, sparisce. Il film comincia con una voce che, mentre
un’ambulanza corre strillando per le strade di una città, informa
circa una strano, mortale contagio che si diffonde nel paese. L’eremo
di Zafer, in cui si svolgono gli esercizi spirituali, è un bunker
oscuro dagli spazi di incubo e le luci distorte, tagliate, una
allucinata prigione. Le statue che si trovano in genere nelle chiese
sono riprodotte, nell’eremo, in forme stravolte, Cristo è onnipresente
ma staccato dalla croce, la Madonna e gli evangelisti distorti. Don
Gaetano ha i tratti beffardi di un demone, meravigliosamente assunti
dai gesti e dallo sguardo secco e posseduto di Mastroianni. E’ al
contempo fuori e dentro la storia. Si richiama continuamente a Cristo,
ma disprezza i suoi eserciziandi, e si compiace nel vederli uno contro
l’altro. ‘Che cosa abbiamo fatto per Cristo?’ – grida ossessivamente
don Gaetano – ‘Che cosa facciamo per Cristo?’. Ben presto l’atmosfera,
fra i politici ignaziani, diventa infernale. E qui Petri riscrive la
storia. Nel libro di Sciascia gli scontri e le dissonanze fra gli
uomini politici erano appena accennati, a margine. Si svolgevano
spesso fra pochi, durante la cena, alla tavola di don Gaetano. Nel
film diventano universali, danteschi, rabbiosi scontri di pollaio,
miserie umane corali che si assolutizzano, e sono parte della
macchina. Ogni parola è ambigua, doppia, molteplice. ‘Stasera digiuno,
faccio penitenza’, dice un dirigente politico. ‘Con quanto hai
mangiato, ipocrita, impostore’, gli rispondono gli altri seduti in
refettorio. ‘Ipocriti voi che non digiunate perchè siete senza
limite’, reagisce quello. Gruppi di potere si scompongono e si
ricompongono, agenti vengono cancellati, altri cooptati. ‘La mia vita
è stata un inferno… io ho fatto tutto per il partito!’. Figura
principale tra gli eserciziandi è quello che chiamano il Presidente,
un appiccicoso personaggio che si muove con scatti di lucertola
(Volontè) giunto all’eremo con la moglie (che alloggia in una stanza
nascosta) e la guardia del corpo, ispirato a Moro. Da quello che il
Presidente mormora si capisce confusamente che forse il suo potere è
in crisi, rischia di perderlo del tutto, ma che ‘magmaticamente’ (come
lui stesso usa dire), con un colpo magistrale, può rovesciare la
situazione, e costringere i suoi colleghi a richiamarlo in causa, ad
affidargli di nuovo il governo, a chiedergli addirittura di rinnovare.
La sensazione che pervade il film non è quella, banale, che la Chiesa
cattolica, la religione cattolica, la vecchia Dc, abbiano
rappresentato, con i loro vuoti formalismi rituali, il grande manto
sotto il quale si sono svolti i più indiscriminati affari, tutt’altro.
E’ invece una universale, collettiva vocazione al degrado, alla
corruzione, alla piccolezza, alla illimitata voracità pronta ad usare
qualsiasi bandiera, all’occupazione sfacciata, arrogante di ogni
spazio possibile, al falso, al celare, che agisce nella storia.
Sottile la scena in cui il primo politico viene ucciso, durante un
esercizio serale in cui il gruppo gelatinoso segue un furente don
Gaetano recitando ossessivamente rosari e salmi.
Rimane per terra un cadavere. Arrivano gli inquirenti e cercano di
ricostruire le posizioni dei presenti. ‘Io stavo a destra
dell’ucciso’. ‘Certo, a destra, tu stai sempre a destra’. ‘Io a
sinistra’. ‘Perchè hai sempre fatto il doppiogioco, vuoi lasciarti
aperte tutte le porte…’. Il primo omicidio apre però una serie di
uccisioni, in cui i corpi dei politici vengono sfregiati e spesso
lasciati in posizioni oscene, simboliche. Su alcuni cadaveri viene
lasciato un biglietto con una frase in spagnolo di Ignazio di Loyola,
la frase che descrive gli esercizi spirituali e dava il titolo al
romanzo di Sciascia. In uno dei momenti più forti del film, il
Presidente spiega a don Gaetano di aver capito lo schema attraverso
cui l’assassino uccide: egli prende dalle sigle delle aziende di stato
dirette dai politici presenti, fonti di lucro e di potere, le lettere
necessarie a formare proprio quella frase di Ignazio. Riprendendo dal
punto in cui l’assassino ha interrottola frase, e analizzando le varie
sigle delle aziende dirette dai politici ancora vivi, si può quindi
capire – dice il Presidente – chi sarà il prossimo, e salvarlo. S’apre
così una scena cupa, folle e angosciosa, in cui il Presidente e don
Gaetano, e tutti gli altri dopo, carta e penna, cominciano a sillabare
e compitare le sigle delle varie aziende di stato, per vedere quali
lettere sono le prossime. Centinaia di sigle, in un carosello
ipnotico, una preghiera al contrario. ‘Hai dimenticato l’azienda
petroli, che dirigi da vent’anni’. ‘Taci, l’ho lasciata l’anno
scorso’. ‘Sì, al tuo segretario’.
Ma, nonostante questo, l’eremo e il suo giardino continuano a
riempirsi di cadaveri orridamente segnati. Ad un certo punto, anche
don Gaetano viene trovato morto, forse suicida. Forse. E tutti,
sollevati dall’idea d’aver finalmente trovato il responsabile,
scaricano la colpa su di lui. Aprono il suo alloggio, vedono che
viveva nel lusso, tra segreti e misteri, stava addirittura per
lasciare il paese. E’ chiaro, è lui. E’ dunque della Chiesa la colpa
di tutto? Quale colpa? Intanto nel paese l’epidemia continua. Nella
scena finale, il Presidente, evitando i cadaveri lungo il percorso
verso la sua macchina, trova ucciso anche il magistrato che seguiva il
caso dell’eremo; infine si inginocchia e si fa uccidere dalla sua
guardia del corpo. Non è dunque don Gaetano la mente della serie di
omicidi? Mentre viene ucciso, il Presidente continua a parlare fino
all’ultimo, di mediazione, di sintesi, di rinnovamento nella
continuità…
Un film sugli italiani, dunque. Un film sull’oggi. Un film in cui
spesso le voci recitano con parossismo Ezechiele 11:

Il Signore mi disse: Figlio dell’uomo, questi sono gli uomini che
tramano il male
e danno consigli cattivi in questa città…
Voi avete moltiplicato i morti in questa città, avete riempito di
cadaveri le sue strade.
Per questo così dice il Signore Dio: I cadaveri che avete gettati in
mezzo a essa sono la carne,
e la città è la pentola. Ma io vi scaccerò.
Avete paura della spada e io manderò la spada contro di voi, dice il
Signore Dio!
Vi scaccerò dalla città e vi metterò in mano agli stranieri e farò
giustizia su di voi.

Un pensiero su ““Todo Modo” di Stefano Adami”

  1. Che commento dovrei fare? Sono passati quaranta anni da quel film ma lo sfregio che gli italiani fanno della legge continua. Chi li ricorda i discorsi di Sciascia al parlamento italiano? Gli italiano non ne hanno memoria. Poi se la prendono con i politici che sono loro a mandare al potere (o all’opposizione). E di palingenesi in palingenesi che ogni venti anni questo paese subisce tiriamo avanti nell’abiezione intellettuale della classe dirigente e nell’ignoranza godereccia del suo popolo suddito.

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