UN DIA DE NOVIEMBRE di Stefano Adami

di Stefano Adami

A volte penso che se ci fosse più musica, al mondo, la gente sarebbe
migliore. A volte penso che sarebbe più solidale, più vicina agli
altri, meno cattiva. Ma poi penso che è una cavolata, perchè se andate
a guardare bene, vedete che i più grandi compositori e musicisti sono
stati spesso dei grandi figli di puttana, e quindi non è vero niente,
non è proprio vero che la musica rende migliori. Anzi. Sarebbe bello,
ma non è così. Con me, migliori non lo sono stati, e comunque, se
cominciassero ad esserlo ora, sarebbe troppo tardi. Comunque
anch’io… comunque anch’io non sono stato una gran persona… e anche
per questo è troppo tardi.

Certo, penso, a volte, sarebbe bello se la gente fosse abituata a
vivere più vicina. Tutti parlano di vita comunitaria, che comunque a
me non piace, come termine. Non so come mai. Ma non mi piace. Voglio
solo dire che se la gente fosse meno sul piede di guerra, che se
ascoltasse di più… ma chi lo sa? questo credevo un tempo. Ora,
chissà se sarà ancora vero. O se sarà ancora possibile.

Ho cominciato a suonare la chitarra classica quand’ero alle medie. Ai
tempi, in classe, si facevano delle ore di musica e s’imparava anche
uno strumento. Il mio professore di musica era una persona molto
strana e forse per questo a me piaceva molto. Entrava in classe ed era
convinto di entrare nella sua sala d’orchestra. Noi eravamo un gruppo
di ragazzini ignoranti e scortesi ma lui ci trattava come se fossimo i
suoi musicisti. Attraverso le lenti spesse come fondi di bicchiere, da
cui noi scorgevamo degli occhietti resi piccoli piccoli e deformati
dagli occhiali, ci vedeva davvero come la sua orchestra. E sorrideva.
Comunque, secondo lui avevo un qualche talento con la chitarra. E un
giorno, quando mio padre aspettava ancora in divisa per parlare con i
professori, lui lo incontrò nel corridoio e glielo disse: il ragazzo,
io, aveva un talento particolare per la chitarra e avrebbe dovuto
continuare. M’immagino la risposta di mio padre, una risposta
incoraggiante. Nonostante tutto il male che gli era capitato, mio
padre era ancora un entusiasta. Io, al suo posto, non lo sarei proprio
stato, ma mio padre, accidenti, lo era. Era sempre pronto a sorridere
alla vita. Mi sono sempre chiesto come facesse. Con mia madre,
giocavano due parti completamente opposte, lui era quello che vedeva
sempre la vita in positivo, mia madre il contrario. Mia madre ci
fiaccava sempre con il suo pessimismo. Sarà per questo che io e mio
fratello siamo tutti e due, anche se in modo diverso, così strani.

Insomma, fu così che cominciai a studiare seriamente la chitarra
classica. Mio padre tornò a casa e disse che, accidenti, avrei dovuto
provare. Mia madre non ne era affatto convinta, ma mio padre spuntò un
periodo di prova. Avrei dovuto fare delle lezioni pomeridiane a casa
del mio professore, e poi passare alla scuola di musica. E avevo dalla
parte della chitarra un altro vantaggio. Ci eravamo appena trasferiti
in città dal piccolo paese sul mare in cui ero nato e in cui vivevamo.
Per me, era stata una tragedia. Ogni settimana, mi facevo un bel
pianto liberatorio pensando a quello che avevo perso, ai giochi sulla
spiaggia, alle ore infinite nella pineta. E appena uscivo di scuola mi
rintanavo in casa in attesa del buio e della fine del giorno: la
città, la classe e il nuovo quartiere mi facevano paura e non volevo
saperne nulla. Meglio stare in casa, a leggere e a studiare.

L’arrivo della chitarra fu dunque provvidenziale. Ogni pomeriggio
andavo a casa del mio professore. Una casa triste e spoglia dove
spesso suonavamo mentre la figlia del mio maestro, una bambina
handicappata, ci stava a guardare imbambolata. Prima facevamo mezz’ora
di solfeggio, noiosissimo. Poi, per un’ora, suonavamo. Tanti esercizi
e qualche pezzo molto semplice, pezzi facilitati per principianti.
Però a me suonare piaceva moltissimo, mi permetteva di fuggire dal
mondo, di dimenticare. Mi permetteva di andare lontano dai giochi di
strati su strati e di specchi. A volte, suonando, immaginavo di
parlare con qualcuno, di dire finalmente le cose che avevo dentro e
che volevo dire e che non riuscivo mai a dire perchè c’era sempre
qualcosa che mi fermava e me lo impediva. Vedevo la musica come un
linguaggio più potente, un linguaggio più naturale, più felice. Quando
suoneremo, pensavo, tutto si sistemerà. Persino l’universo, pensavo,
suonava.

Secondo il piano del professore di musica, dopo un po’ di lezioni
entrai nella scuola. Non mi piacevano molto ne’ gli allievi, ne’ gli
insegnanti. Ma continuai. Ogni tanto mio padre mi chiedeva di fargli
ascoltare qualcosa. Quando ero ragazzino ero molto intimidito da lui.
In parte ero intimidito, in parte cercavo in tutti i modi di
piacergli. Capivo che mio padre voleva in qualche modo essere amico
mio. Ma io non sapevo come fare, i miei amici, quei pochi che avevo
avuto, erano rimasti tutti nel paese sul mare. Quando mio padre mi
chiedeva di fargli ascoltare qualcosa, prendevo la chitarra e mi
sedevo accanto a lui. E quelli erano i momenti in cui eravamo più
vicini.

Soltanto molti anni dopo provai a suonare un pezzo che si chiamava ‘Un
giorno di novembre’ di Leo Brower. Brower aveva avuto una vita molto
particolare e per questo mi attraeva. Ma ora non voglio parlare di
lui. A quanto avevo capito, era uno che non si sentiva a suo agio da
nessuna parte, proprio come me. E anch’io, quando mi sentivo a
disagio, quando mi sentivo triste o avevo qualcosa dentro che non
riuscivo a tirar fuori, prendevo la chitarra e suonavo ‘Un giorno di
novembre’. Novembre è il mese che odio di più in tutto l’anno, il mese
più crudele, più triste, il più scuro.

Quasi senza accorgersene, gli anni sono passati, velocemente. Con
tutte le ferite, con tutti gli incidenti, con tutte le fini che
attraversiamo, sono passati. Il ragazzino che giocava d’inverno sulla
spiaggia e che una volta fu colpito alla testa da un grosso pezzo di
vetro tiratogli da un amico era diventato l’adolescente solitario che
passava i pomeriggi nella sua cameretta, a suonare, poi il liceale
apparentemente scanzonato e beffardo, poi lo studente universitario
brillante e divoratore di libri, che aveva sempre un grande uditorio
ad ascoltare le proprie affabulazioni. E poi avevo tentato alcuni
progetti di vita. Parecchi erano andati male. Andò male la scelta di
vivere all’estero, perchè in fondo ero un estraneo. Altre scelte
andarono male. Ed ero sempre più stanco. A volte paragonavo la mia
vita a quella di mio padre, che a ventisei anni aveva già un figlio,
me. Che aveva scelto per necessità, a quattordici anni, una carriera
che odiava. Allora mi prendeva una gran tristezza. Andando dove
dobbiamo andare, facendo quello che dobbiamo fare, finiamo come sassi
levigati dai fiumi, grigi, spuntati, vuoti. Mi avvinghiavo alla
chitarra come fosse un relitto sul mare in tempesta, e tentavo di
suonare il solito pezzo.

Nonostante che molti cercassero di farmi cambiare idea, dovetti
smettere di suonare, più o meno nei primi anni universitari. Vivevo in
un’altra città, la capitale, e cercavo di pagarmi la vita da solo. Le
tasse, l’affitto e i libri non erano uno scherzo e nemmeno studiare
era uno scherzo. I professori non erano di manica larga, anzi, e il
tutto era abbastanza vessatorio. Certo, la filosofia mi piaceva, ma
forse ai miei professori non piaceva quello che, della filosofia,
piaceva a me. Insomma, dovetti sacrificare la chitarrra. Restava solo,
ogni tanto, ‘Un giorno d’inverno’ che cercavo di disegnare sulla
tastiera, perchè diceva tutto di me, del mio mondo, delle cose che
veramente avrei voluto dire.

Finii l’università, anche se ogni tanto sogno ancora che mi arriva una
lettera che mi dice che devo rifare gli ultimi esami e ripresentare
una tesi. E poi, per qualche ragione, finii anche in un altro paese. E
poi successero tante altre cose, ma così tante, che a volte penso che
dovrei scriverle, e dovrei scriverle davvero in un libro. Ma la
maggioranza di quelle cose non è bella, e per scriverle avrei bisogno
di grandi polmoni, e di voglia di riviverle di nuovo, voglia di
mescolare di nuovo il mazzo, voglia che non ho, e allora lascio
perdere, e mi dico che le scriverò a suo tempo, quando mi sentirò
pronto. Se lo sarò mai.
Solo ogni tanto, quando ho bisogno di dire quello che voglio veramente
dire, quello che non riesco a dire, vado a cercare la mia chitarra, e
tento ancora di suonare, con le dita incerte ed insicure sulla
tastiera, le dita che non riescono più ad andare a memoria, come una
volta, ‘Un giorno d’inverno’ di Brower.

Rispondi